22 dicembre - notte – arrivo

L’aereo non consente di adattare occhi mente e cuore, gradatamente, al cambiamento, né di prendere le distanze dal mondo che lasci. Per quanto lungo sia il tempo del volo, viaggi come in un contenitore: isolata da paesaggi che mutano, da volti, modi di vivere; resti circondata dalle tue cose e da visi noti; di colpo ti trovi, all’aeroporto catapultata in un’altra dimensione.

Che è "altra" lo percepisci subito, per esempio dal ritmo incessante della merengue, la musica che non tacerà mai, nei prossimi giorni e notti; e non tace neanche adesso: tra ritardi, attesa dei bagagli e trasferimento alla missione, sono circa le tre del mattino dopo, ma la merengue non smette di accompagnare il muoverci, non lascia riposo alle orecchie.

Ci guardiamo, tra le gente: non siamo troppo "diversi"; i colori dei volti, qui, vanno dal cappuccino all’olivastro, al bianco, e ci sentiamo già inseriti, senza dare troppo nell’occhio. Solo Gabriele che buca la folla di tutta la testa, frugandola con lo sguardo in cerca degli amici, assomiglia più – mi dicono - ad uno svedese che all’italiano che attendevano. Sì perché a Santo Domingo, come a San Juan, più del colore della pelle ti colpisce la statura: nessuno è alto; statura medio-bassa, direi, e l’1,83 di Gabriele si fa notare.

 

23 dicembre

Nel barrio incontri con immediatezza il Terzo Mondo, al ritmo di merengue, salsa, o bachata. Tra le baracche, motorette rombanti e scassatissime, un collage di pezzi diversi; vecchie auto americane, stracolme di gente, troppo grandi per quelle strade, tengono insieme con fil di ferro, pezzi arrugginiti; strade a fossi e pozze di fango e spazzatura ovunque.

I ragazzetti sono dappertutto, scalzi o vestiti all’americana gli adolescenti, sgusciano come scoiattoli e si spostano in continuazione, incuranti della sporcizia – la strada è la loro casa - mentre i più adulti, semi sdraiati sulle porte delle baracche osservano, appesantiti dai chili in eccesso per il troppo alcool, infiacchiti e dal caldo, non hanno un’occupazione e improvvisano partite a domino.

L’America è altrove: qui ha lasciato solo qualche modello comportamentale, riciclato malamente. Qui è la vita per strada, di un quartiere povero e allegro, che sta in combriccola e condivide il niente e le ore, a far venire domani.

 

Pomeriggio

Si prepara un matrimonio nelle ore della siesta; dal caldo sbucano ragazzine addobbate a festa nei capelli, timide, un po’ civette, portano fiori, spostano sedie, e quello che sembrava un magazzino diventa chiesa, predisposta nella cura e nei fiori ad accogliere gli sposi, a godere una festa.

Qui è molto raro che ci si sposi giovani: mancano i mezzi, non c’è l’usanza, si scappa da una situazione invivibile in famiglia; ma da quando è arrivata la missione, tanti hanno scoperto il dono del Sacramento e hanno voluto santificare la loro unione davanti al Signore, accompagnati da figli già grandi e da nipoti.

Oggi gli sposi sono giovani, lei è una catechista e ha preteso così dal suo moroso; questo è proprio un evento.

Arriva la famiglia, le damigelle, gli invitati elegantissimi tutti, negli abiti affittati per l’occasione: l’illusione del benessere, almeno questo pomeriggio.

 

24 dicembre

Di messa in messa, di quartiere in villaggio, celebrando l’Eucarestia conosciamo gente e realtà differenti. Los Casados, El Mamei, Duchessa, i villaggi più poveri, eppure, inversamente proporzionale e forte, sembra essere la fede che testimoniano, più partecipata la celebrazione, più curato l’altare, palpabile la spiritualità.

Intorno alla celebrazione si radunano famiglie, giovani, bambini. Le capigliature tempestate di perline colorate, ricamate di treccioline, l’abbigliamento povero ma ordinato.

La Chiesa è una tettoia, aperta tutt’intorno, attraversata da festoni, arricchita da altarini e icone, stipata di gente: un bimbo sviene per il caldo, ma nessuno cerca refrigerio altrove; il benessere è lì, intorno a quell’altare.

Da una parte il sacerdote confessa, la gente fa la fila; il catechista veste di bianco i chierichetti e le chierichette, poi si comincia. Al suono di guiera, bonghi e tamburelli, urlano canti sguaiati che dicono uno scarsissimo talento musicale ma un profondo desiderio di partecipazione.

 

Siamo qui noi, ma il nostro bagaglio sta ancora girando per l’America chissà dove.

Senza bagaglio vuole dire senza vestiti, ma anche senza qualcosa di fresco e pulito da indossare la notte dopo la fatica del viaggio; vuole dire senza un libro da leggere, dopo che nel viaggio hai divorato quello che avevi in borsa; senza un libro di preghiere per un po’ di meditazione, nelle lunghe ore vuote, mentre aspetti di capire come entrare nell’organizzazione di questa nuova vita; e vuole anche dire senza le medicine per passare una notte decente, o per non subire la reazione di stomaco e intestino al cibo differente e al clima.

Di quante cose ha bisogno una vita per essere vivibile.

Pomeriggio

Oggi abbiamo conosciuto i fortunati tre che verranno in Italia, per la chiusura del Giubileo.

Tre soli denti in centro ad un sorriso convinto, in un volto indio, un po’ schiacciato: l’accoglienza è calorosa; anche questa è bellezza. E la tensione sul viso di chi non sa immaginarsi a cosa andrà incontro, l’incognita del freddo, per esempio, esperienza inimmaginabile da qui, tende un po’ i tratti.

 

Notte della vigilia, celebrazione alla Parrocchia dell’Amparo. Qui l’ambiente cittadino impoverisce la spiritualità: la chiesa è semivuota, ma i pervenuti ce la mettono tutta a riempirla di partecipazione. La musica però non tace mai: bachata o salsa, da un lato, merengue dall’altro lato della chiesa aperta, a fatica il nostro coro fa sentire la sua voce, ma quando don Lorenzo tenta di pronunciare le parole della Consacrazione, in quello che dovrebbe essere il silenzio del raccoglimento, i musicanti hanno la meglio.

 

25 dicembre

Natale particolarissimo, in costume da bagno, sulla spiaggia caraibica di Palenche. Arrivarci ha del miracoloso: anche le grandi arterie sono una gimcana di buche e pozze fangose, nessuno tiene qualsivoglia ‘mano’: unico senso è evitare le buche più profonde, schivandosi reciprocamente, e tutto a velocità sostenuta, i clacson strombazzanti che lavorano più dei freni, per farsi largo; i motoconchos (moto-taxi) carichi di mezza famiglia o di bombole del gas s’insinuano come gazzelle nei pochi spazi liberi di un traffico convulso e sregolato, mentre un autobus raggiunge il centro della carreggiata per evitare un cumulo di spazzatura abbandonata, e un camion di dimensioni "americane" ti viene contro, schivando sul suo percorso, all’improvviso, lavori in corso non segnalati.

Verso il centro della città le strade si fanno più belle, le baracche palazzine, ognuna con il suo patio, regolarmente chiuso da cancellate anti-ladro: coloratissime gabbie per umani.

Ma la miseria, la disorganizzazione, il pressappochismo che traspare, la spazzatura che invade ogni spazio li ritroviamo anche sulla spiaggia o forse ci sono entrati tanto negli occhi che non riusciamo a riconoscere, né ad apprezzare l’ambita spiaggia caraibica.

Riccardo, nonostante ciò è entusiasta: cammina danzando merengue, si tuffa e rituffa, sorride travolto dal ritmo incalzante della musica, gli occhi pieni di palme, onde e dominicani che vivono danzando, invidiando un po’ l’armonia del loro muoversi.

La corrente elettrica c’è quando c’è; qui gli allacciamenti alla rete sono molto selvaggi: chi può si attacca con un filo e se va male resta fulminato, se va bene ha anche lui la corrente, ma se c’è sovraccarico salta per tutti e tutti si resta senza, anche per una giornata intera. E con la mancanza della corrente si fermano anche le ventole e resti al caldo e pensi alle medicine in frigo: resisteranno? Quante cose sono necessarie per stare bene.

Credevo di aver visto la povertà in Costa d’Avorio, ma non ero ancora stata in Guaricano. Qui la miseria si sposa con la disorganizzazione e il pressappochismo più sconcertante. La spazzatura costituisce un secondo fondo stradale, bagnato da dubbi liquami fuoriusciti da tubature rotte e da docce improvvisate presso una falla del muro, dove bambini nudi e cavalli e cani randagi fanno toeletta.

Da baracche colorate a tinte naïf e contrastanti, buie, maleodoranti, e con poche speranze di resistere al prossimo acquazzone, si intravedono stereo enormi e televisori esagerati che inondano di merengue il quartiere, giorno e notte.

26 dicembre

La Comunità di Betania ha festeggiato il Natale e si è presentata a noi, fiera di testimoniare una fede che ha sollevato la vita di molti dalla miseria. Davvero la Parola di Dio è feconda e liberatrice.

Donne e uomini caciarosi e chiassosamente ridanciani, si fanno seri quando, con voce quasi sommessa, testimoniano il percorso di liberazione iniziato quando hanno accolto l’annuncio. Con profondità e tremore parlano dei frutti dell’evangelizzazione nella loro esistenza e di quanto ancora si potrà realizzare. Quando don Paolo chiede di alzare la mano a chi si è sposato in chiesa, dopo l’avvento della missione, si leva un discreto numero di giovani braccia; ma quando chiede quanti ancora vogliono celebrare la loro unione davanti al Signore, un numeroso gruppo di braccia adulte si leva a testimoniare che è sempre il momento di cambiare vita.

27 dicembre

A velocità sostenuta, verso il centro di Santo Domingo. Ci si fa spazio a suon di clakson, insinuandosi dove si riesce, schivando buche in un continuo gioco ad incastro, tra motoconchos (mototaxi) sovraccarichi, camion d’altri tempi e guagua (autobus come carri bestiame): chi è più determinato ha la meglio.

Le carrozzerie delle auto borlattate, strappate e arrugginite confermano questo il prezzo da pagare per muoversi.

E al di sopra del battibecco di clakson differenti, salsa, merengue o bachata mantengono un clima sovreccitato e sovreccitante.

Ma basta la mano sporta dal finestrino, di un autista che ti ha notata, incerto pedone, a lato della strada, ad arrestare fiumane di auto in ordine fantasioso, perché tu possa, indisturbata e grata, passare dall’altro lato.

Tra disordine e spazzatura, la città ha palazzi maestosi, in affascinante stile coloniale, bianchi, contro un cielo assolato e abbagliante; un po’ trascurati e bisognosi di restauro, simili a frusti abiti di lino estivo, o a uomini rugosi e vissuti, ti rubano gli occhi che non li staccheresti più.

Casette basse, prive di tetto, sembrano mozze; colori infantili, grandi portali e intonaci sbrecciati, finestre senza vetri, poggioli privi di balaustre, dicono del pressappochismo imperante.

Poi la Cattedrale di Santa Maria La Menor, testimonianza del processo di colonizzazione spagnola; bianca, giallina, appena grigia, la pietra dà maestà all’insieme; eccezionale isola di silenzio, ordine, armonia; luminosa per le piccole vetrate nei toni dell’azzurro, dà riposo alla vista e quiete al cuore. Il pulpito ligneo, più recente, in perfetta sintonia con lo stile, pulito ed essenziale.

Pomeriggio

Commissioni al Mercato Modelo: un tuffo nell’artigianato, nei mestieri, nella paccottiglia, nel caldo e nell’offerta insistente di ogni cianfrusaglia o pietra preziosa; e i prezzi diminuiscono fino a dimezzarsi se te ne vai senza acquistare, e ti rincorrono, come se non avessero altro cliente che te. Non riesci a scegliere, istintivamente rifiuti quello che ti viene quasi imposto, e non sai più cosa vuoi.

Come alla sera, come in chiesa, come al giorno, cerchi solo un po’ di silenzio e tranquillità, per riuscire a pensare a un ricordino per tutti. Ma in Guaricano il silenzio sembra vietato; pensare è impossibile; forse è così che si riesce a convivere con tanta miseria, senza lasciarsene opprimere.

Venti pesos al poliziotto che ti guarda l’auto, fuori del Mercato, sono serviti per poterla ritrovare e tornare a casa.

La malavita qui detta le regole. Se il vigile ti ferma per un’infrazione, non è per darti una multa, ma per riscuotere una tangente.

La vita c’è, in abbondanza ed è senza prezzo: si uccide un moto tassista per appropriarsi della sua moto, e nessuno ne chiede conto.

28 dicembre

Oggi, 1lettera di Giovanni 2,3: "La conoscenza di Dio è dimorare in Lui, nella pratica del Suo comandamento <antico e nuovo>".

"Noi ci riceviamo dagli altri, momento per momento, come per una continua creazione, a misura che ci accostiamo a loro con occhi attenti e volontà di ascolto e comprensione" (dal commento EDB)

Ma io ancora non mi trovo, non ho ben capito dove e come inserirmi; tutta questa violenza, perfino nel traffico e questa sporcizia mi toglie la libertà di muovermi da sola, di cercare un mio posto. Ma appena raggiungo Betania trovo i bambini, che stanno lì, intorno alla loro scuoletta chiusa per le feste, o che vengono per prendere acqua, e ripartono, anche piccolissimi, con il loro secchio sulla testa.

Sono sempre i bambini a costruire ponti sulle nostre distanze e diversità. sono sempre loro, chiedendo foto, regalando sorrisi e civetterie. I loro occhi sanno esprimere tutte le malizie e l’ingenuità, insieme, e tutto offrire e tutto ottenere.

Nel breviario in lingua spagnola, però, mi ritrovo e incontro una popolazione, le sue gioie e i suoi drammi, i suoi sentimenti religiosi che, qui in Guaricano, hanno la genuinità e la profondità dei neofiti. Bisogna essere piccoli e vuoti per conoscere lo stupore e la sorpresa; forse io sono ancora "piena" delle mie attese e aspettative, per riconoscere la ricchezza di questa esperienza.

Nostalgia dell’Africa, della moltitudine di bambini e giovani che affollavano la Parrocchia e coinvolgevano i miei figli in una relazione continua e entusiasmante. Riccardo non viveva più per se stesso ma per giocare totalmente il suo entusiasmo e le sue capacità con loro. Nostalgia non è buona consigliera, però, sbarra le porte alla novità.

Al momento del ringraziamento per il cibo, Riccardo si è espresso grato per i rapporti umani ancora piccoli e incerti, ma preziosi. Maestro di vita e di libertà interiore.

"Adeste fideles": tre voci che improvvisano, (don Lorenzo, don Guido e Sergio), poi ci riprovano, fattisi più sicuri; un pandolce ed è già clima natalizio; armonia improvvisata e ben riuscita.

30 dicembre

Fuori delle baracche adibite a super mercato, ai cancelli del parco o al distributore di benzina, uomini con il mitra tutelano la sicurezza. O l’insicurezza. Infatti tutti usano armi con estrema facilità, per scoraggiare furti, per eliminare testimoni scomodi di violenze o ingiustizie fatte verso chi non possiede neanche un’arma.

A far compere o al supermercato, infilata nella cintola, affianco al cellulare, sempre spunta il calcio di una pistola. Come la televisione, lo stereo, l’auto e il cellulare, testimonianza di povertà mentale: acquisti impegnativi in una realtà dove la miseria è pane quotidiano.

31 dicembre

Ultimo giorno dell’anno: festa degli anniversari di matrimonio. Due coppie festeggiano cinquant’anni, noi venticinque e poi altri uno o cinque anni: da quando la Missione ha fatto loro la proposta. Ma alla Benedizione solenne, quando don Paolo chiama anche le coppie che desiderano santificare la loro unione davanti al Signore, l’assemblea quasi si svuota per trasferirsi ai piedi dell’altare. La scoperta che Cristo cambia il senso della vita è vissuta e testimoniata con entusiasmo e profondità.

Al momento delle offerte, insieme al pane e al vino, si porta all’altare una bacinella per il bagnetto dei neonati, con dentro panni, biberon, bavaglini, tutine e cuccio; invito per le famiglie e soprattutto per i papà alla responsabilità di far crescere i figli generati e chiedere al "Señor todo poderoso" questa grazia.

Sono tantissimi i bambini concepiti, nati da giovani donne quasi inconsapevoli, che nessuno riconosce e nessuno dichiara, che popolano le strade giocando con i cassonetti della spazzatura, omaggio molto particolare dell’America ad una popolazione che non sa usarli altro che per il trastullo dei monelli.

31 dicembre, notte

Notte nel barrio, per Riccardo, con i giovani conosciuti sulla strada, che lo hanno incontrato con simpatia, lo cercano con assiduità, lo accolgono festosi, quando ritorna, gli presentano amici, sorelle, strade, birrerie.

Per strada si balla, uno stereo diffonde assordante merengue, salsa o bachata, da casse spropositate. Per strada si chiacchiera – il vocabolarietto alla mano!– si sorride, ci si abbraccia, si fuma il sigaro, ci si incontra, si rimane; lui si tuffa in questo mondo di giovani danzanti, scatenati, ridenti, accoglienti. Invano i Padri gli hanno ricordato che qui si uccide per nulla, né per odio, né per soldi, solo per eliminare un testimone scomodo di qualche sciocchezza, o per l’ebbrezza.

Lui non riesce ad essere diffidente.

Noi disarmati per questa sua fiducia pulita, forse ingenua, concediamo le prime ore della notte di libertà.

Torna alle dieci (le ventidue) rigenerato, entusiasta, convinto della sua fiducia ben riposta, diffidente piuttosto verso l’eccessiva prudenza degli adulti.

Miguel lo ha accompagnato, presentato, inserito, si è stupito della sua incapacità di muoversi al ritmo di salsa o merengue, ha rispettato il suo rifiuto di birra e fumo. Gli ha fatto tante domande.

Miguel quanti anni ha? Forse sedici, non lo sa; nessuno alla nascita, lo ha dichiarato. Non serve saperlo per accogliere ed essere accolti.

1 gennaio 2001

In giro per il barrio: ogni tre o quattro case, su un intonaco pallidino, un po’ naïf, ti abbaglia la scritta contrastante, a colori fosforescenti: "Banca", "Loteria", "Agenzia ipica". Invita la povertà a giocarsi il poco che ha, alimentando speranze di improbabili futuri da favola; quelli che l’onnipresente TV incoraggia a sognare.

 

Abbandoniamo la carretera per inoltrarci tra le baracche tra buche, terriccio spazzatura, liquami e fili della corrente in fitta trama, sospesi sul capo. Oggi sembra voler piovere : cosa ne sarà di questi abbozzati sentieri tra baracca e baracca?

Siamo incerti, timidi, non solo per il passo insicuro: sembra di violare un’intimità che non ha nulla da mettere in mostra. Ma le baracche si spalancano, noi stupiti, ci accolgono orgogliosi nel buio di stanze dove l’unica luce proviene dalla porta aperta; noi, a tentoni, riusciamo a capire dove sederci.

"Felicidad", "Féliz año nuevo", "Encatado" : fieri che europei, bianchi, siano venuti fino qui ed entrino nelle loro case. Pian piano ci ‘sciogliamo’, ci liberiamo dal senso di colpa di essere puliti, benestanti, bianchi, di passaggio; turisti della povertà.

 

La catechista ci conduce di casa in casa, ci presenta, ma siamo già conosciuti: "Ieri ti ho visto alla prefestiva, ma questa mattina non eri alla messa?!" (bastava la prefestiva alla mia scarsa fede, non al loro gusto di ritrovarsi) Ci avevano già notati, avevano sofferto la nostra assenza.

 

Le baracche di catechisti, ministri, animatori sono più pulite, più ariose, perfino un poco più luminose; un briciolo di cultura arreda anche la povertà.

Troneggia la foto del matrimonio, spesso in età avanzata, circondati da figli e nipoti, i capelli già bianchi o grigi. La mostrano orgogliosi. E poi, incorniciati, diplomi di Corsi e Università (magari durati tre giorni!) Immagini della fede, o del Papa o anche di Maometto che osserva La Mecca; sul tavolo di cucina, grandi, cupe raffigurazioni dell’Ultima Cena; due cuori intrecciati insieme, incorniciano un orologio, un Cristo e Maria: il più ambito regalo di nozze.

 

Torniamo alla Missione, alla casa luminosa, linda, ben ventilata; al cibo pulito e abbondante; ci laviamo le mani prima di mangiare, ma non riusciamo a lavarci dagli occhi tanta povertà, tanta sporcizia; ma l’insicurezza iniziale, sì; dal senso di colpa di essere turisti della loro miseria, ci ha liberati l’accoglienza orgogliosa di riceverci, di testimoniare che la fede che la Missione ha portato loro, ha dato una speranza e un senso alla loro esistenza.

 

I bambini hanno facilitato tanto l'approccio con il Guaricano. Sono belli come nelle cartoline pubblicitarie; più sono nudi e sporchi, più son ridenti, semplicemente contenti di esistere e del chupa chupa che gli offri.

Sono scurissimi, gli occhi spalancati fanno luce, il fisico armonioso – solo fino all’adolescenza o ai vent’anni - nonostante il tipico addome troppo pronunciato.

Si fanno attorno insistenti di richieste: "Photo, photo !?!" "Tieni una camera?" "No, ho solo una vecchia istantanea ..." Vergognandomi di avere poche risposte alle loro richieste, offro caramelle "Te gusta?" Afferra il bon bon, chiede aiuto a sfasciarlo, "Gracias" e scappa; pi torna con un fratellino, un amico: "Pure a elo"; "Pure a ela"; "Es mi hermano" "Hes mi hermana pequeñita". Si é sparsa la voce, sono stata accettata.

 

Passiamo di casa in baracca, festeggiamo un’unione consacrata, piangiamo un sessantenne defunto, insieme ai suoi ventisei figli pervenuti per pulire la casa e preparare le esequie; ci complimentiamo con la giovane sorella di un ragazzo morto di Cidà (Aids), che, mentre alleva la nipotina, attende un figlio per il mese di aprile:

"... ma si es hermana -femmina - la tiengo, si es varun – maschio – no" . ! ???!

E ogni volta che usciamo da una baracca per tornare sulla strada, un nuovo gruppetto di bambini ci presenta "mi hermano, mi hermana pequeñita" , e tendono manine sporche a rassicurarci che il nostro bon bon é gradito, che la nostra offerta non li umilia; solo per noi é impotente e sproporzionata.

Ci gratificano con sorrisi e mille paroline veloci ; poi afferrano la caramella per corree via, scalzi, nel fango. Il dono casca a terra, un altro lo raccoglie e lo caccia in bocca e ride riconoscendo lo stupore nel nostro sguardo di igienisti scandalizzati, per tornare, timidamente, con un altro fratellino e un’altra richiesta.

Sono sempre i bambini a costruire ponti sulle nostre distanze e diversità.

Sono sempre loro, chiedendo foto e ban bon, regalando sorrisi e civetterie.

Occhi che sanno esprimere tutte le malizie e l’ingenuità insieme e tutto offrire e tutto ottenere.

 

La mamma e il papà, mostrano orgogliosi la casetta in costruzione e le loro figlie, giovani, che collaborano allo sforzo, per ultimarla. Con parsimonia ed avvedutezza, di "sam" in "sam" , da anni costruiscono la casa sul terreno affianco. Il sam é una sorta di fondo collettivo, dove tutti versano e riscuote, a turno, chi ha più bisogno; é gestito da una persona di fiducia che trattiene una piccola cifra per il suo servizio.

Orgogliosi di questo sforzo, chiedono foto dei nostri e delle loro figlie insieme, in posa vicino ai muri ancora spogli, ma i nostri ragazzi stentano a liberarsi dell’imbarazzo per il loro privilegio e a restituire foto e sorrisi.

 

Con fatica tratteniamo la nostra fantasia e la nostra facilità a fare progetti. Ci mancano i giovani, i bambini, quando siamo alla missione, in quest’oasi di pace, al fresco, tra il verde, nelle lunghe ore di attesa per andare a visitare qualche quartiere, qualche villaggio; pensiamo a questi spazi minimamente attrezzati per attirare giovani e bambini nel gioco e trarli distante dalla strada, educarli alla collaborazione, alla partecipazione, alla responsabilità, dando ad ognuno qualche piccolo incarico; educarli all’igiene e all’ordine, proponendo loro la cura dell’ambiente, magari di un piccolo orto.

A stento ci lasciamo scoraggiare dal lungo elenco di difficoltà e ostacoli che ci propongono i sacerdoti: ci sono spazi ma mancano persone responsabili, i sacerdoti quindi hanno tutto da fare … E noi andiamo con il ricordo alla parrocchia di Bonouà, in Costa d’Avorio, con don Antonio sempre seduto sul sagrato, in mezzo ai ragazzi, mentre segnala ai più grandi le attenzioni da avere nei riguardi alla moltitudine di piccoletti che giocavano a palla canestro, a ping pong, pattinavano, si rincorrevano, si dissetavano da una catinella di plastica colorata.

 

2 gennaio

In giro con don Lorenzo, per capelline di quartiere.

Santa Rita è molto curata, dipinta di azzurro forte, come usa qui: colori pastello che quasi feriscono la vista; porte e finestre aperte, la capellina dà un senso di accoglienza che apre anche il cuore. Sedie disposte quasi a salottino, fanno pensare alla chiesa come casa per tutti, per incontrarsi.

Al centro di un quartiere meno povero di altri, meno popoloso e più ridente, tra casette gialle, verdi, rosa e azzurre, giardinetti e bimbi semi svestiti che corrono di qua e di là, incuranti delle poche auto e del pericolo, con la confidenza di chi non vede differenza tra casa e strada, perché le porte sono sempre aperte e per strada scorre la vita.

Santiago el Menor è invece la Parrocchia: orgoglio e insieme tristezza di don Lorenzo; orgoglio per le migliorie e gli abbellimenti, per gli spazi aggregativi creati, per il colore ai muri che rallegra radunarsi, per i diversi servizi - perfino quello per la "buona morte": il Plan Funeral - che rendono la vita meno difficile, la morte vivibile, con la Comunità intorno; orgoglio che diventa quasi fierezza, per la famiglia di guardiani che prolifera in una casetta offerta in cambio della sorveglianza; tristezza per il molto lavoro che resta da fare, la consapevolezza di non poterlo ultimare, la fatica di proporre progetti, di chiedere permessi, preventivi, autorizzazioni.

A lato della chiesa, un bel prato dove galline e tacchini, cani e bambini razzolano insieme; un bungalow circolare, appena edificato, in legno, muratura, tetto di paglia a capanna, aperto tutto intorno, attende di essere intonacato e abbellito con frasi di salmi dipinte sui cornicioni, pronto ad accogliere feste e riunioni; ai lati le strutture per le fioriere, lo spazio predisposto per la raccolta dei rifiuti, per educare a non abbandonarli dove capita; più in là il Plan Funeral San Lazzaro, per le veglie funebri. Le baracche in fatti sono troppo piccole e anguste per accogliere i parenti e la comunità che si raduna e la morte ha bisogno di una dignità che neanche all’esistenza più misera può essere negata; il bungalow, con forno annesso, si presta per accogliere e offrire cibo ai pervenuti: vita e morte in continuità di festa.

San José Obreiro è una cappellina deliziosa, appena ricostruita, ancora da intonacare, dopo che la precedente, in legno, è stata completamente rasa al suolo dall’uragano George. Le panche in legno chiaro, così le porte; appena più alte del pavimento ancora in cemento, dicono della speranza di poterlo un giorno piastrellare. L’altare, un bel calice di pietra rosa, porosa e una tavola, giacciono in un angolo in attesa di essere montati, ma con un mazzolino di fiori davanti.

Piccola isola di ordine e pulizia, di pace e respiro, sopra alla "cañada" (discarica dei rifiuti) popolata di topi grandi come gatti randagi e di abitazioni fatiscenti dei più poveri.

 

Improvvisamente ci troviamo in un ambiente inquietante: violenze sulla strada, alla luce del giorno, più fucili e maceti in mano ai passanti che foglie sugli alberi, tantissima gente, chiassosa, si accalca, si spintona; bambini indisturbati padroni di una strada che non considera loro e il pericolo che corrono; giovani in ghenga, con l’aria tramortita di chi fa uso di alcool o droghe; altri a fronte alta, duri, vestiti di nero o tute mimetiche, l’arroganza nello sguardo; musica assordante, porte aperte di baracche dove lo stereo troneggia e tenta di coprire la musica del vicino: siamo nel quartiere haitiano, Estrella. La sua cappellina, grigia, in cemento, non rifinita, piccolissima: la più povera, costruita su una piccola "cañada" . C’è un progetto per ingrandirla un poco, poi dipingerla a tinte tenui, meno violente delle tinte delle case , perché possa ambire ad essere rifugio per i pochi frequentatori: pochi ma religiosissimi, gli haitiani.

E’ l’unica delle sei che abbiamo trovato chiusa, la gente non è lì intorno, si ha un senso di abbandono: davvero per qualcuno esiste questo luogo? Tacitamente i nostri occhi si comunicano la speranza di andare oltre.

Con una meraviglia quasi violenta riconosciamo Riccardo procedere ridente al centro della strada, scortato da giovani teppisti, disinvolto, in una confidenza che sembra consolidata. Davvero è repellente a qualsiasi sentimento di diffidenza; davvero hanno ragione i sacerdoti, o è possibile trovare anche qui amici sinceri?

Non sappiamo trattenerci dal chiedergli di lasciare la compagnia e ritornare con noi. Saluta gli amici ai quali confida il motivo della sua repentina ritirata e torna generosamente confermandoci che anche loro condividevano la nostra preoccupazione, ma che poteva stare sicuro, perché scortato da loro, i boss.

 

Ogni "niños" chiede un "pesos" e noi, fingendo di non capire, offriamo un "besos", così speriamo di convertire la domanda e far sperimentare la bellezza dell’alternativa; o forse tacitiamo la profondità di nostra impotenza a trovare risposte davvero progettuali.

Condividere il loro quotidiano, coinvolgerli in progetti di speranza, cercare gemellaggi e sponsorizzazioni e soprattutto non sperare di raccogliere grandi frutti, sarebbe l’unica risposta possibile.

 

Ultima sera in Guaricano. Riccardo saluta gli amici, ma si è già fatto buio, l’ambiente giovani/strada comincia a trasformarsi lentamente: la richiesta di pesos da parte dei giovani – adulti, si fa più pesante, unita a qualche accennata pressione fisica; viene via scontento. Sono altri i ragazzi che i primi giorni lo apostrofavano: "americano", poi al suo diniego, dopo alcuni giorni gli hanno voluto dare conferma:"è vero, non sei come gli americani, me gustan tuas manieras" Sono diversi o è la notte che rende diversi?

 

La tua passione per l’armonia, la bellezza, l’ordine, la semplicità, la pulizia, il silenzio che libera il pensare, in una parola: il gusto del vero che nutre l’anima, qui ti fa star male; più ancora che per la sua mancanza, per la disperata impotenza che hai nel tentare di proporla.

 

Tutta notte c’è musica, ma al mattino no: tutto tace. Belle le prime ore del mattino, tra le sei e le otto, quando il silenzio, l’aria pungente, la solitudine, un po’ di salute, ti restituiscono la possibilità di leggere, pensare, scrivere, pregare, ritrovarti. Fermarsi, accogliere il dono di un nuovo giorno nel patio che si illumina lentamente, lentamente, prima di ricominciare a difendersi dal caldo, dal chiasso, dalla sporcizia, dalla richiesta insistente: "un pesos", ed offrire il tuo incompreso "besos".

 

Viaggio a La Vega in cerca delle Cooperative di campesinos consorziati con le nostre Cooperative Terzo Mondo. L’autostrada corre in mezzo alla vita della popolazione con tutto il rischio di persone che si lanciano in attraversamenti imprudenti o di biciclette che fanno il loro ondeggiante percorso incuranti delle auto. Ma pian pian l’abitato si dirada e l’auto corre tra verdi coline coltivate a frutta e agenzie agricole dove pulizia e ordine fanno sospettare di aver cambiato nazione. Anche la cittadina di La Vega conferma: palazzine ben dipinte, porte e finestre chiuse a dovere, silenzio: niente musica, solo i normali rumori di una cittadina in attività. Niente spazzatura in giro, niente buche nell’asfalto o tubature rotte a spandere maleolenti miasmi. Siamo altrove e si sta bene. Qui anche la povertà è discreta e ben organizzata: bambini educati, con la mano sinistra chiedono pesos e con la destra stringono la cassettina con gli attrezzi per pulirti le scarpe.

Dall’alto del Santuario di Serra Corte la vista, il verde a perdita d’occhio, dà riposo allo sguardo. Se la gita non ha raggiunto lo scopo di trovare le Cooperative, almeno ha consentito silenzio e pace a occhi e orecchie.