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| Santo
Domingo, 24 maggio 2001 O.K., eccomi a cercare di condividere un pochino le prime impressioni di questa nuova avventura.... Intanto ringrazio tutti quelli che mi hanno inviato e-mail: sono stati
veramente tanti, ed
Ciao!
Un saluto a todo el mundo da S. Domingo per questa mia
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| 9/6/2001
Ed ecco l'ennesima "lettera circolare".
Qualcuno mi ha fatto notare che una "lettera circolare" è senz'altro meno incisiva e diretta di una comunicazione personale. E' vero, e chiedo scusa. E' che ... questa lettera parte da S. Domingo e raggiunge credo molto più di 100 persone (contando quelle a cui tanti la fanno pervenire indipendentemente da me...); questo è molto bello, e dà una carica eccezionale sapersi seguiti da tante persone. Purtroppo non mi è possibile "personalizzare" così tante lettere: riesco con sempre più fatica a trovare il tempo per scrivere ogni tanto una lettera circolare! Però quanti desiderano uno scambio più immediato, diretto, sappiano che nei limiti del possibile sono disponibile!
Mi piace, in queste righe, presentare un aspetto diciamo "frivolo" della nostra vita in missione: una "uscita" (un "paseo", come si dice in spagnolo) di alcuni giorni fa a Juan Dolio, località balneare a circa 50 chilometri dalla missione.
Partenza alle ore 9:00; don Paolo, notoriamente "domenicano" per quel che riguarda gli orari (è sempre in ritardo!), è stavolta puntualissimo: la Vergine Maria dell'Altagrazia (titolo mariano con una devozione diffusissima in S. Domingo: molto più della Madonna della Guardia per i genovesi...) avrà compiuto un miracolo straordinario, o è solo la prospettiva di una giornata al mare a compiere il prodigio?
Partiamo sulla camionetta della missione, don Paolo al volante, le suore dentro e Francesco (il laico che fa servizio in Missione), don Lorenzo e io sul cassone del veicolo. Con noi ci sono anche Edy, figlio di una signora che lavora in missione, e Francia, la nipote del custode di una delle Chiese. In tutto 11 persone, per un viaggio ai limiti del possibile. Qui è così: in Italia una cosa del genere farebbe scattare sanzioni severissime, qui è la norma.
Il viaggio: un interminabile serie di scossoni per il fondo dissestato, con la schiena che alla fine formava un tutt'uno con gli ammortizzatori del veicolo e il sedere a pezzi dopo pochi minuti, nonostante il "conforto" dei cuscini forniti dal previdente don Lorenzo...!
Edy aveva un paio di sandali nuovi, di almeno due misure più grandi del suo piede, inaugurati per l'occasione, e ogni due minuti se li levava dai piedi, un po' per farceli vedere (mica è da tutti i giorni un paio di sandali nuovi...), un po' ... per il fastidio che gli davano ai piedi (abitualmente Edy gira scalzo...); insomma, alla fine del viaggio di andata i bei sandali erano in un angolo del cassone, e lì sono rimasti fino alla fine della giornata, quando Edy li ha trionfalmente recuperati per altre importanti occasioni.
Francia se ne stava seduta sul fondo del cassone, con gli occhi che le brillavano dalla felicità e guizzi di gioia sul volto, rapidi baleni che squarciavano la sua timidezza. A metà viaggio ci siamo accorti che aveva freddo, e che però si vergognava a dirlo. Le abbiamo proposto di continuare il viaggio dentro, con le suore, ma lei ha rifiutato: il posto dei bambini, quando sono un po' cresciuti, non è dentro, è sul cassone, e il suo orgoglio non le permetteva di accettare quell'invito...!
Non altrettanto ferreo e granitico si è dimostrato l'orgoglio di Edy, che al rifiuto di Francia si è subito fatto avanti per offrirsi di andare dentro (mentre in partenza aveva fatto il matto per poter restare fuori...!) al posto suo.
Così Edy ha continuato il viaggio dentro, e Francia, avvolta in vari asciugamani e nel mio accappatoio, mi si è seduta vicino, stringendosi ogni tanto forte forte a me per ripararsi dal freddo. Al ritorno siamo riusciti a convincere Francia a stare dentro, ed Edy ha voluto a tutti i costi riscattare la debolezza dimostrata all'andata, restando fuori (ma alle 3-4 del pomeriggio il freddo non si sentiva per niente!).
La giornata è trascorsa bene, fra nuotate micidiali (Francia ha quasi imparato a nuotare, mentre Edy, gelosamente attaccato al salvavidas -il salvagente- si lanciava in acrobatici esercizi, fuggendo terrorizzato al minimo cenno di onda più forte), gare di corsa e di salti, tuffi e funamboliche piramidi acquatiche, cui si sono uniti alcuni bimbi e altre persone presenti sulla spiaggia!
Il bollettino medico finale è stato però piuttosto pesante (per celia!): una distorsione al ginocchio per suor Patrizia, una lieve distorsione alla caviglia di don Lorenzo, un mal di testa per Francia, bruciori di spalle e di schiena per il troppo sole a don Paolo e Francesco, un gonfiore per una botta all'alluce di suor Modesta, spine nel piede del sottoscritto per aver calpestato un riccio di mare (è sempre meglio guardare dove si mettono i piedi!).
Abbiamo deciso che prima di fare il prossimo paseo faremo una celebrazione liturgica in cui amministrarci a vicenda l'unzione degli infermi (a scopo "preventivo")!
Bene, e su questa nota di "colore" (in realtà sono rosso come un gambero per il sole preso!), saluto tutti con affetto, ricordando a ciascuno personalmente che:
Santo Domingo, 9 giugno 2001 Francopreteperte
PS: chi ha piacere di inviarmi e-mail di commento, di risposta, o di notizie da Genova, sappia che mi fa solo piacere; ribadisco che mi impegno a rispondere a tutti: anche se magari non riesco a farlo subito, cercherò nei limiti del possibile di fare arrivare due righe a ciascuno.
Inizio l'ennesima "lettera circolare" con un grande e intenso grazie per le tante, tante, tante comunicazioni che ogni giorno mi arrivano via e-mail: è davvero un immenso dono di Dio la presenza di così tante persone, che, anche solo con due righe, con un pensiero, con una frase, si fanno sentire vicine. Dà forza, dà gioia, dà slancio nelle difficoltà, è una ricarica nei momenti di stanchezza! Questa volta a questa "lettera circolare" desidero dare un titolo:
...Contesto il G8. E contesto i contestatori...!
Diversi hanno condiviso idee, manifestato dubbi, comunicato opinioni sul prossimo G8 che si terrà a Genova: gli "8 grandi della terra" che si danno convegno per affrontare i problemi dell'economia, della sicurezza internazionale, dello sviluppo.
Io sono un povero prete ignorante, e faccio fatica a entrare nei meccanismi complessi e sofisticati che stanno dietro la logica di queste cose.
Però mi verrebbe da dire che ... già la partenza è discutibile: gli "8 grandi della terra"; "grandi" perché? Io non riesco ad accettare che la grandezza possa essere stabilita in base a dei criteri di potere strategico, economico, militare, politico, etc.
Guardavo negli occhi, in questi giorni, alcuni dei giovani che fanno servizio qui in Parrocchia, nel Guaricano, cercando di fissare il senso dei loro sguardi, quella "comunicazione non verbale" che sa esprimersi in maniera molto più eloquente di un fiume di parole.
I loro sguardi sono particolari, intensi.
Fany, per esempio. Ieri mi si è avvicinata con il "musetto" sporco di giallo, gli occhi che le brillavano. Avrà sì e no 18 anni. E un sorriso luminoso, che ti prende dentro. Forse per quel suo dente incisivo leggermente più sporgente dell'altro, sprizzante simpatia e tenerezza. E i suoi gesti spontanei e coinvolgenti. Fany: minuta, semplice, fine, allegra, ben curata nella sua persona, nonostante la povertà in cui vive. La guardo, ricambio il sorriso; delicatamente le accarezzo il mento, pulendolo dalla strana macchia giallognola che lo impiastricciava. "E' mango –mi dice in uno spagnolo parlato lentamente, perché io possa capire– ne ho mangiato così tanto oggi che devo camminare piano, piano, perché mi sento la pancia piena, piena!". E ride, ride. La sua risata è una cascata di freschezza.
Oppure Elizabeth. Lei anche fa scattare, dentro, un senso incontenibile di tenerezza. Però perché il suo è uno sguardo che ha sempre un fondo di tagliente tristezza. Anche quando ride, e lo fa rumorosamente, con una risata travolgente che ha un che di cosmico, il fondo resta misteriosamente amaro. Ha 20 anni ("La metà dei tuoi!" mi fa notare impietosamente...) ed è stata la prima persona a parlare con me, a chiedermi di confessarla.... La tristezza la cogli in ogni suo gesto, quando si lancia in qualche confidenza improvvisa (lei così timida e riservata, che non la diresti affatto una dominicana...), o quando abbassa le difese e ti dice in faccia (in questo sì che è dominicana...) senza mezze parole quello che pensa di te, il bello in maniera così schietta che ti spiazza (noi non siamo capaci di tali aperture!) e il brutto con franchezza e sincerità (e il suo modo delicato ma deciso taglia più di un coltello affilato...). Poi scopri di lei che le è morto il papà quando era proprio bambina, e che lei non conserva nessun ricordo di quell'uomo, e questo le pesa sul cuore come un macigno: "Sai, neanche una fotografia...!" E che ha una sorella che vive in Italia, clandestinamente. "Dove?" chiedo io. "In una città chiamata Genova" mi risponde lei. "Genova?! –insisto io– Genova, dai, dimmi il suo indirizzo, cosa fa, lavora?!". E lei nicchia, si schernisce, fugge; e io idiota a insistere, senza intuire che forse la reticenza di Elizabeth e la clandestinità di sua sorella nascondono un dramma di cui io non sono degno di essere messo a parte...!
Potrei andare avanti, perché lo sguardo di tanti, di tutti, qui, rivela cose che le parole non saprebbero dire (e che perciò ho poveramente espresso in queste righe...)
E mi chiedevo –scusate l'ingenuità–: "Ma perché loro non possono andare al G8, loro che hanno uno sguardo così intenso?". Perché il loro sguardo le rende grandi almeno quanto Bush, Berlusconi, Blair, etc....
Anzi: se dovessi decidere io, direi –per quel che mi riguarda– che Elizabeth, Fany, etc. sono decisamente più grandi: io con il signor Berlusconi non ho mai parlato, a Blair non ha mai pulito il mento perché vi erano rimaste delle fibre di mango, non so niente dell'infanzia di Bush; per me Funny, Elizabeth, e tutti gli altri sono molto più grandi degli "8 grandi" della terra.
Scusate, può sembrare banale. Ma nella logica di Dio non credo proprio che lo sia!
Ecco, forse si potrebbe giustificare l'incontro degli "8 grandi" se tenessero conto di Funny, del fatto che non ha l'acqua in casa, vive in condizioni disastrose dal punto di vista igienico, lei, così dignitosa, pulita, solare. E che, come Fany, l'80% delle persone che ci sono sulla faccia della terra si trovano in situazioni di precarietà, al limite dell'invivibile.
Forse potrei perdonare loro di arrogarsi la qualifica di "grandi" se pensassero a Elizabeth, intelligentissima, con una enorme forza di volontà, ma che non ha i mezzi per studiare, lavora come insegnante in tre classi della scuola primaria guadagnando 20.000 lire la settimana (quando gliele danno!) e la notte studia a lume di candela perché qui non c'è l'elettricità, mentre i "figli degli 8 grandi" (una percentuale infima, se si tiene conto della denatalità del nord-ovest...) si fanno mantenere all'Università fino a trent'anni senza fare niente, per poi potere fra dieci, venti, trent'anni sedere al tavolo dei padri perpetuando l'ingiuria di dirsi "grandi", sempre più a danno di Elizabeth e di quelli come lei (e quanti ce ne sono!)!
Ecco, se gli "8 grandi" si sedessero intorno a un tavolo e decidessero di occuparsi di Fany, di Elizabeth, e così via –a loro per correggere un poco certe brutture non necessiterebbe di venire qui, anche se sarebbe bello che lo facessero: venire da Fany, da Elizabeth, a dire: "Tranquille: sta per finire l'ingiustizia del nostro comodo sulla vostra pelle...!"; a loro basterebbe un frego di penna, come quelli che fa Elizabeth sul quaderno per correggere gli errori dei suoi alunni– se facessero questo sarei disposto a passare sopra al fatto che è diritto di Fany avere un bagno con l'acqua; che se Elizabeth merita di studiare è giustizia darle la possibilità di poterlo fare; e che quindi queste cose non possono essere "concessioni" dei cosiddetti grandi: spettano a loro in quanto persone umane.
Ma non è così.
Credo che di Elizabeth e di Fany non ci sia la minima intenzione di parlare, a quell'incontro; anzi. La paura è che le scelte, le decisioni, siano ancora una volta e sempre più sulla pelle di Elizabeth, di Fany e dei tanti, dei troppi che sono come loro, e a vantaggio ancora una volta di quei pochi privilegiati che siamo noi.
Allora ben venga la contestazione.
Sì, ma a questo punto mi sorge un dubbio: chi è che contesta? Fany? Elizabeth? I poveri della terra? Chi sfilerà contro il G8, chi farà sit-in pacifici di protesta (non prendo neanche in considerazione le forme "violente" di contestazione: sono surrogati della stessa cultura di sopraffazione che informa l'agire dei "grandi della terra", e l'unica cosa che meritano sono il disprezzo dei poveri –a cui si fa violenza per la seconda volta– e l'isolamento), chi farà tutto questo?!
I poveri sono stanchi di persone che "parlano" a nome loro; hanno bisogno di testimoni autentici, di donne e uomini capaci di uno stile di vita "diverso".
Come potrei io, che ho l'acqua in casa: basta aprire il rubinetto; e che la spreco a litri ogni mattina quando mi faccio la barba, senza il minimo senso di colpa; e che quando incontro Fany e le vedo una macchia un po' giallina sul mento sento un senso di ripulsa, di fastidio fisico ("Sarà mica qualcosa di infettivo...?!"), come potrei alzare la mano e contestare chi più o meno di fatto fa quello che faccio io?!
Come potrei prestare voce e cuore a Elizabeth, se da quando sono arrivato a S. Domingo sono già riuscito a mettere su una discreta bibliotechina di testi italiani e spagnoli, alcuni comprati senza necessità (ma possono prima o poi tornare utili...); qualcuno so già che non lo leggerò mai; altri sono lì, li ho presi per poterli eventualmente regalare, dimostrando così una mentalità non solo consumistica, ma anche paternalista?!
Ecco: credo che la grossa provocazione del "G8" stia tutta qui. Smetterla, piantarla con la nostra routine piccolo-borghese, smetterla di seguire la moda del "prendere le parti dei poveri" senza rinunciare a nulla di quello che ci rende ricchi.
Perciò io contesto i contestatori; anzi, spero che i ragazzi di qui non diventino mai e poi mai come quelli del nord-ovest, che magari contestano il "G8", ma hanno la macchina da 30.000.000 di lire, lo scazzo il sabato sera, fanno le vacanze sulla neve, le vacanze al mare, lo studio all'estero, si piegano o si calano per contrastare la noia, gli fa schifo stringere la mano a un marocchino, non sono disposti a rinunciare a nulla di tutto quello che Fany ed Elizabeth da generazioni stanno pagando per mantenere alto il loro tenore di vita!
Se questo è il modello culturale che devo presentare a Fany e a Elizabeth, preferisco stare zitto, e sentire il peso dell'umiliazione per l'incoerenza della mia vita: parlo di un Dio che ci vuole tutti uguali, tutti fratelli, e continuo a massacrare con le mie scelte le speranze degli ultimi, magari mettendomi a posto la coscienza perchè... ho fatto un corteo per loro!
Spero che Fany, Elizabeth e la massa immensa dei diseredati, dei "piccoli della terra" (a cui la politica dei "grandi della terra" –di cui io godo i frutti– sottrae sempre più il minimo vitale), il giorno in cui apriranno gli occhi possano ricordare i valori in cui li abbiamo acculturati (anche in questo siamo stati furbi...!) e... perdonino il mio egoismo e la mia mancanza di coraggio. Un bacione e un saluto a tutti: I CARE, ti ho nel cuore Francopreteperte Santo Domingo, 18 giugno 2001
...Ed eccomi ad una nuova "lettera circolare". Qualcuno mi ha fatto notare che questa lettera si è fatta attendere un po' di giorni (ma non credo che ci siano stati pianti e strepiti per l'attesa...!): era prevedibile che ... il tempo diventasse "tiranno"; inserendomi sempre più nella realtà dominicana, gli impegni si sono moltiplicati e i ritagli in cui scrivere si sono assottigliati (ne approfitto per chiedere scusa a quanti stanno attendendo invano una mia risposta personale a qualche loro e-mail; cercherò di scrivere quanto prima, ma qui il tempo vola in maniera esagerata, e non è mai sufficiente; questo non vuol dire che mi sono dimenticato, o che non li ho presenti nel cuore...!); oltretutto metto le mani avanti dicendo che questa lettera è scritta a "spizzichi", un poco un giorno, un poco un altro: chiedo anticipatamente perdono se non sarà molto organica o lineare....
Ho pensato, dopo le considerazioni "impegnate" sul G8, di tornare a parlare della vita quotidiana, anche perchè credo che la ferialità vissuta con semplicità e intensità, con la tensione sincera a uno stile davvero "alternativo", sia la risposta più graffiante a un certo modo di intendere la vita, a certe posizioni ideologiche, alla chiusura di un sistema che ti impone scelte di facciata (non importa di che parte: la facciata, di dietro, davanti e di lato, è sempre facciata, è sempre mancanza di autenticità!).
Qui la vita è VITA, tutta maiuscola, nella sua lotta quotidiana per strappare brandelli di luce al buio che incombe ad ogni istante, in ogni situazione.
E non sono solo parole a effetto: davvero la vita la assapori sbocconcellata nel gusto di una risata, nella freschezza di uno sguardo, o ti disgusta nella lacerante amarezza di quando ti senti impotente di fronte alla miseria, al dolore, alla morte.
Cerco di tradurre in rapidi flashes (notare l'inglese oxfordiano!), in lampi che possano illuminare quanti leggono, partendo da fatti di VITA più drammatici, per concludere con quelli più ricchi di positività e colore.
Accennavo all’impotenza di fronte alla morte. E qui si dovrebbe aprire un capitolo ostico e delicato: la morte e il modo di affrontarla. La morte è un evento che è vissuto in maniera enormemente diversa dalla nostra cultura "evoluta" rispetto alla cultura "povera ed essenziale" della gente di qui. Per noi la morte è tabù, è un argomento da non toccare nelle conversazioni perché non sta bene, è un avvenimento blindato da reticenze, pudore, smanie di onnipotenza e immortalità. Quando capita di parlarne, se con la persona che hai di fronte non c’è confidenza, ci si limita in genere a cambiare discorso; se c’è maggiore confidenza, magari ci scappa la battutaccia, la grattatina a parti intime o la ricerca affannosa di qualcosa di ferroso a cui attaccarsi. Comunque parlarne è fuori luogo, porta male, non è da persone educate. Qui, invece, la morte è un’esperienza che tocca quasi quotidianamente ciascuna persona: le famiglie sono numerosissime, le strutture sanitarie "decenti" accessibili solo ai ricchi, la mortalità infantile elevata (secondo le statistiche, muoiono 60 bambini ogni 1000 nati da zero a cinque anni, anche se l’attendibilità è relativa: pare siano molti di più …; se ci pensiamo bene, è comunque un dato pazzesco; per età maggiori mancano statistiche!), e non passa settimana senza che o nella tua famiglia, o in quella che vive vicino a te, o in quella del tuo amico, della tua ragazza, del tuo compagno di studio o lavoro arrivi inesorabile sorella morte.
La morte di un bambino: credo che quest’esperienza non la scorderò più per tutta la vita. Era un sabato mattina, e ci chiamano di corsa nel "Sector Norte", una delle zone più povere e degradate del barrio: da pochi minuti un bimbo era morto. Per arrivarci mille peripezie con la camionetta, in strade sterrate, con al centro e ai lati della stretta via cumuli di terra, che ad ogni momento davano l’impressione che il veicolo stesse per ribaltarsi, e poi l’attraversamento di un rigagnolo di mota e fango, piccolo fiume sui cui bordi sono costruite le baracche e nel cui letto di sterco e melma corrono giocando bimbi scalzi, sporchi, seminudi o nudi (e immagino cosa succede quando piove…!). Le baracche di legno ai lati del passaggio sono grosse pochi metri quadrati; in ciascuna abitano anche 15-20 persone: una stanza centrale più grossa e alcune laterali per dormire, dove bimbi di pochi anni possono scoprire presto i segreti della vita intima dei più grandi, ammassati e stretti tutti: piccini, grandi, vecchi, zii, nipoti, cugini…. Siamo accompagnati da alcuni animatori di Comunità, che ci indicano con orgoglio le loro case: "Ecco, io vivo qui; lì ci abita mio figlio; là quella catechista, lì invece il nipote del tale…!"; mi sento ricco rispetto a loro, sento sul cuore tutto il peso della distanza che c’è fra me e la mia gente, mi sento distante dal Vangelo e da quello che mi chiede…. Riconosciamo la casa in cui è morto il bimbo dall’affollamento di persone che c’è all’entrata. Sono soprattutto bambini, con un’espressione di attonito stupore sul viso che è impossibile rendere a parole. Vivono la loro presenza lì in un silenzio strano, senza giochi, schiamazzi, risate, un silenzio che per loro non ha un perché: ti accorgi che non si rendono conto di quello che è successo, di cosa è la morte; capiscono però che stavolta ha sfiorato uno di loro, e che deve essere una cosa dolorosa, brutta. La famiglia è poverissima; il bimbo morto non era stato dichiarato all’anagrafe, e così ufficialmente non esiste (chissà quanto crescerebbe la statistica della mortalità infantile se si tenesse conto di questi casi…, che sono tantissimi!), e questo provoca tutta una serie di problemi economici, pratici, burocratici (qui la burocrazia è quella tipica della immaginazione letteraria latino-americana: un pachiderma sonnolente e pigro, che irrita e stritola soprattutto i più poveri…). Entriamo; il bimbo è lì, in braccio a una zia, e subito, al vederlo, un nodo di pianto soffoca la gola; sembra una grossa bambola, con la pelle lucida e luminosa per il "rigor mortis", gli occhietti semisocchiusi, proprio come quelli di certi bambolotti che quando li giri si aprono e si chiudono, un mezzo sorriso che trasmette gravità e tenerezza al viso fasciato da una benda che aiuta la bocca a restare serrata. Al vederlo sale dentro, piano, prima un senso di dolore acuto, tagliente, poi rabbioso, sempre più rabbioso, e si fa fatica a trattenere le lacrime. La mamma è poco più di una ragazzina, e ha un’espressione di rassegnazione e di sofferenza sul viso che ti lacera dentro. Il bimbo è morto per … un raffreddore trascurato: al mattino del giorno prima il dottore che lo aveva visitato, vista la situazione ormai difficile e la mancanza di mezzi della famiglia, aveva detto ai parenti del bimbo: "Ormai non c’è più niente da fare: smettete di comprare medicine, che buttate via i soldi e lasciatelo morire in pace!". E così un bimbo è morto per una banale, semplice, curabilissima costipazione. Già, ma qui non siamo nel nord del mondo, e il problema sanità fa a pugni con strutture inadeguate, ignoranza della gente, difficoltà a trovare medicine, mancanza di competenza del personale medico e paramedico (non del tutto per colpa loro: è un gatto che si morde la coda. Ci sono strutture inadeguate per preparare professionisti all’altezza del compito e i professionisti che non sono all’altezza del compito non sono poi in grado di migliorare le strutture inadeguate…).
Ma passiamo ad altro, meno tragico, ma sempre legato alla VITA.
Siamo in estate, il caldo è sempre tanto, i bambini sciamano per strada a frotte: sono tanti, tanti, tanti, che a volte ti chiedi da dove escono, come è possibile che ce ne siano così tanti. Da qualche giorno gli insegnanti hanno consegnato le pagelle (la scuola è finita da più di un mese, ma fra esami, impegni etc, l'operazione di compilazione ha richiesto un po' di tempo...). Se le cose sono andate bene, sono loro, i bambini, a mostrarti orgogliosi la "libreta de notas", il foglio con i voti, espressi in 100esimi; guai chiedere: si rischia di infilare il dito nella ferita fresca di un esito infelice, di una bocciatura.
Edy (lo ricordate?! è quello della gita al mare...) si è presentato pochi giorni fa alla Missione con un pantalone lungo e ben stirato, una camicia elegantissima, scarpe chiuse di camoscio, tiratissimo. Chiaramente subito nei suoi confronti è partita una serie di sfottò, di curiose prese in giro, di ammiccanti domande per scoprire il perché di quella tenuta così sfarzosa. "¿Usted hoy se casa? Felicitaciones al novio; ¿y su esposa...?" - "Ma oggi ti sposi? Auguri allo sposo novello, e tua moglie...?" Edy, ghignando e alzando i suoi occhi furbi e svegli, dopo essersi slacciato la camicia, sfilatosi le scarpe e arrotolato fino al ginocchio i pantaloni, ha chiesto sorridendo orgoglioso: "¿Quiere ver mis notas?" "Vuoi vedere i miei voti?". Tornava allora dalla scuola, e sventolava con aria trionfante la sua pagella, desideroso che tutti si complimentassero con lui. Il "rito" doveva coinvolgere ciascuno dei componenti della Missione Genovese: i padri, le suore, il custode, e persino quanti arrivavano per una chiacchierata, un saluto occasionale, una faccenda da sbrigare. Il voto più alto era quello in ... educazione fisica: 91 su 100. Ma a onore del vero, tutti i suoi voti erano alti, più vicini al 90 che all'80: Edy, per la sua età (ha sei anni), è davvero un ragazzino intelligente e sveglio!
A proposito di esami: il 3 luglio ho rotto gli indugi e mi sono lanciato nella mia prima predica in spagnolo. Padre Lorenzo doveva celebrare alla sera un’altra Messa, e aveva l’urgenza di andare dal gommista a fare riparare una ruota bucata –la missione è fatta anche di queste cose…!– e così mi aveva chiesto se potevo celebrare io al mattino, rompendo gli indugi e affrontando la mia prima predica in spagnolo. L'emozione e la paura erano tante. Per l’occasione sfoggiavo un foglietto scritto, con la predica in spagnolo preparata al computer e impietosamente corretta da padre Paolo, che aveva violato con segnacci azzurri l’immacolato candore del foglio, già turbato dalle ordinate e asettiche lettere a inchiostro nero della stampante. A sorpresa un gruppo di giovani, che la sera prima avevano "origliato" gli accordi presi in italiano tra noi preti della missione, si era organizzato per "solennizzare" l’evento, e così un affollamento di ragazzi con chitarra e tamburo, fatto insolito per la Messa delle 7:00 del mattino, dava alla Eucarestia un tono particolare di festa: canti, mani che battevano, allegria, gioia, stupore e piacere da parte mia per quella "clac" improvvisata che mi inorgogliva e gasava (anche qui inizio ad avere un "fan-club"…). Il resto è prevedibile da parte di chi mi conosce: il foglietto con la predica scritta, tirato fuori al momento dell’omelia, è rimasto in mano inutilizzato: ho tentato di dire "a braccia" le cose che quel foglietto suggeriva. Questo ha fatto scattare un meraviglioso dialogo con la gente, che suggeriva parole, correggeva accenti sbagliati, e si coinvolgeva con un entusiasmo e una partecipazione davvero meravigliose. Inutile dire che nella predica (in uno spagnolo che non mi permetteva voli pindarici di alta teologia, ma che era infarcito delle imbeccate preziose e squisite del parlare popolare…) ho cercato di iniziare a presentare alcuni dei "classici" motivi che maggiormente mi scavano nell’animo (il brano era quello dell’incredulità di Tommaso: Vangelo di Giovanni, capitolo 21, versetti 19-29): Gesù che entra a porte chiuse e dà così un segnale di speranza a 360 gradi, perché nonostante le mie paure, la mia ricerca di tranquillità, di comodo, Lui entra, arriva, non si fa bloccare dalle mie chiusure; e lo scetticismo di Tommaso, più che comprensibile di fronte alla paura degli apostoli, rintanati nel cenacolo per timore di essere riconosciuti come amici di Gesù, credenti non credibili; Gesù non sa che farsene di persone credenti: ha bisogno di persone credibili!
E siamo giunti alla conclusione di questa lettera circolare, uno "spaccato" di VITA dominicana senza grosse pretese, che vuole essere semplicemente una … chiacchierata tra amici. Perché devo proprio dire che se hai letto fin qui con pazienza e attenzione questo mio "monologo", davvero mi hai dimostrato amicizia. E non immagini quanto sia importante, per me, in quest’avventura, la tua presenza amica. GRAZIE: ti sono debitore. I CARE: ti ho nel cuore, ti voglio bene! Francopreteperte Santo Domingo, 15 luglio 2001 Ed eccoci a questa ennesima lettera circolare; ormai è da più di un mese che non scrivo "lettere circolari", questo innanzitutto perché la vita frenetica, densa, delle Parrocchie del Guaricano non permette di avere molto tempo a disposizione, e poi perché ho cercato di privilegiare i "contatti personali" con quanti mi avevano scritto e-mail, aspettandosi una risposta (non ringrazierò mai abbastanza Dio per il dono di tante persone che con la loro presenza hanno davvero "colorato" questi mesi che ho trascorso qui, aiutandomi a provare il brivido degli affetti che resistono al tempo e allo spazio e la gioia di una Comunione che non ha la "C" maiuscola solo per convenzione!).
Questa, oltretutto, è l’ultima lettera circolare, quella che chiude la prima fase del mio servizio in Missione: fra pochi giorni, il mercoledì 5 settembre, alle ore 18:00 circa, con il volo che collega Parigi a Genova, tornerò a casa, concludendo (spero solo per ora…) questa splendida "avventura in terra dominicana".
Sarà, quindi, una lettera più lunga del solito, spero non noiosa più di tanto e mi auguro … un pizzico provocante: le cose che mi accingo a scrivere sono proprio tante, difficili da esprimere e … pungenti.
D’altronde, dato che per un po’ ti lascerò in pace, puoi leggerla con calma, diluendola nel tempo!
Molte persone, scrivendomi via e-mail, mi hanno domandato cosa porterò, adesso che torno, nella "valigia del cuore".
Provo a rispondere in questa ultima "lettera circolare". Premetto che, esprimendo con parole quello che ho dentro, risulterò forse ambiguo e retorico: le parole rendono a fatica i moti dell’animo, che si comunicano solo nella condivisione della vita…. E poi penso sia presto per bilanci: ho vissuto qui per poco meno di quattro mesi, e spero che questa esperienza sia solo al prologo. Voglio comunque correre il rischio, tentando di trasmettere, in queste righe, riflessioni e sentimenti, ragionamenti ed emozioni, e a farlo così, come mi viene, convinto che questo possa servire a me per primo.
Per sintetizzare in pochi termini quello che mi porterò nel cuore da Santo Domingo, credo che si possano usare tre parole:
"rabbia" - "commozione" - "nostalgia"
Cerco di spiegarmi meglio.
Qui, nel barrio del Guaricano, in situazioni di vita che sono spesso al limite dell’assurdo, in mezzo a una popolazione che per l’80% non ha acqua in casa; non ha corrente elettrica se non poche ore al giorno; vive con le fogne a cielo aperto che passano davanti alla porta di casa; esposta ai capricci del tempo (quando fa caldo in certe strutture di legno e lamiera c’è da morire; e quando passa un ciclone, vola di tutto: tetti di latta, tavole, sedie, pezzi di mobili…); gente rassegnata a subire, una rassegnazione "storica", che affonda le sue radici nelle violenze subite con la deportazione in stato di schiavitù, negli stupri di padroni bianchi vogliosi di "possedere" le schiave più belle (sì, proprio come oggetti, come cose; fatti del passato?! E il fenomeno del turismo sessuale, oggi?!), e, in tempi più recenti, nella feroce repressione di una dittatura che è durata più di trent’anni, nella fatica di una democrazia dove in realtà i privilegiati sono comunque pochi e sempre gli stessi…; in mezzo a queste persone, in situazioni davvero limite, uno dei primi sentimenti che si avverte è un senso di "rabbia". Una "rabbia" vissuta come reazione a una frustata che sibila e ti colpisce dentro, lasciando segni che dubito possano mai sparire nel tempo. "Rabbia", perciò, come emozione di un dolore e di una impotenza che provocano un bisogno di azione, l’esigenza prepotente di schierarsi, di fare qualcosa, di urlare che non è giusto, che … io posso e devo fare qualcosa, che tu puoi e devi fare qualcosa.
Ho detto uno dei primi sentimenti; sì, perché, paradossalmente, in realtà il primo sussulto del cuore non è di "rabbia", ma è … di "commozione". "Commozione", cioè "con muoversi", un muoversi con. "Commozione" che si manifesta quindi con un nodo che ti prende alla gola e fa esplodere il bisogno tenace di farsi compagni di strada, di percorrere gli stessi sentieri.
E dalla "rabbia" e dalla "commozione" sgorga, spontaneo, un senso di "nostalgia", ossia una tensione, irresistibile e struggente, non solo a farsi, ma a restare compagni di strada, a non abbandonare la lotta, a condividere i brandelli di vita della gente di qui: una vera "commozione" (intesa come muoversi con) e una sana "rabbia" (intesa come necessità di lacerare la propria borghese tranquillità) non possono che generare un senso di "nostalgia" per l’altro, una "nostalgia" che si esprime in un desiderio intenso di condivisione.
Per questo io credo che "commozione" e "rabbia", generatrici di "nostalgia", precedono e motivano ogni vera azione di solidarietà. Se la "commozione" (che è anelito a camminare insieme) e la "rabbia" (che è impulso a sporcarsi le mani mettendosi in gioco) non fanno scattare una "nostalgia" (che è tristezza se l’altro resta escluso dalle proprie scelte di vita), una "nostalgia" dell’altro e del suo quotidiano, non può esserci una vera solidarietà, e lo sbattersi per l’altro rischia di naufragare nelle secche di un assistenzialismo moralistico, di un elargire qualcosa dall’alto della propria superiorità, o, peggio, di un … mettersi a posto la coscienza. E in tutto questo rischia di essere assente quello che invece dovrebbe essere il protagonista, il motore, il centro: l’AMORE.
Queste stesse cose quasi duemila anni fa le aveva dette, molto meglio di me, Paolo, usando parole graffianti e al tempo stesso meravigliose, nella prima lettera che scritta da lui alla Comunità dei cristiani di Corinto (cfr.: capitolo 13); credo che siano parole pesanti come macigni, ma vere, drammaticamente vere, e condivisibili da chiunque:
3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi giova. 4 L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 L’amore non avrà mai fine….
OK, ma mi rendo conto che fin qui il discorso può sembrare un tantino teorico.
Cercherò, in questa seconda parte della lettera, di renderlo più concreto, con un riferimento semplice ma diretto alla realtà in cui vivo, sperando di stuzzicare in chi mi legge la "rabbia", la "commozione", la "nostalgia", per scatenare reazioni di solidarietà e di condivisione.
Ma metto le mani avanti: facendolo, il rischio della retorica vola alle stelle. E io (che aborrisco quegli odiosi e scontati discorsi tipo: "Ah, i bambini di Santo Domingo, quanto sono teneri! Io ci sono stato e lo so, l’ho visto: per farli felici ci vuole pochissimo, due coccole, qualche carezza, un po’ di caramelle, magari qualche spicciolo. Perché, sì, sono poveri, ma soprattutto bisognosi di affetto: e se glielo dai, ti fanno dei bei sorrisi, con quei loro occhioni così dolci ed espressivi…!") io per primo rischio di caderci dentro.
D’altronde è solo la concretezza che può dare forza e mordente al discorso, molto più di tante espressioni magari suggestive ma che potrebbero risultare astratte, disincarnate.
E, per addentrarmi in uno fra i molti esempi possibili, come non essere " commossi" (cioè: "pronti a camminare a fianco"…), "arrabbiati" (nel senso spiegato di "scossi nell’intimo"…) e con un senso di prepotente "nostalgia" (ossia "coinvolgendosi completamente con l’altro e con la sua storia"), quando ti rendi conto che a Santo Domingo ci sono moltissimi ragazzini che … per aiutare in casa devono ogni giorno mettere da parte giochi o studio per dedicarsi a qualche lavoretto che permetta un po’ di guadagno: 5 pesos (meno di 700 lire…) per lustrarti le scarpe, 20 pesos (circa 2.500 lire…) per lavarti la macchina, 1 peso per tappare il buco nella strada dove stai passando con la macchina, 1 peso per pulirti il vetro?
E quando poi questi bambini e la loro famiglia si inizia a conoscerli da vicino, quando si entra in casa loro, si raccolgono le loro confidenze, le loro speranze, le loro frustrazioni, i loro sogni, allora quanto fa male questa mostruosità: bambini strappati all’infanzia per lavorare; ci si rende conto che la realtà è davvero complessa, e che … è troppo facile nascondersi dietro i soliti, inflazionati, paraventi, dietro generalizzazioni ("disagio sociale", "male che è strutturale", "sfruttamento minorile"…) che disperdono in mille rivoli i sensi di colpa per queste aberrazioni, occultando la propria smania di tirarsi indietro.
Quando con queste persone si condivide uno spaccato di vita, viene invece naturale domandarsi: "Io non c’entro per niente?! Cosa faccio io, sì, proprio io, Franco Buono, che ho il vezzo di chiudere la mia firma con le parole "per te", cosa faccio di pratico per quella famiglia?!".
Ma proviamo a entrare, in punta di piedi, in qualcuna di queste famiglie, tra le mura di casa di questa gente.
Quella che andiamo a incontrare è senz’altro una famiglia "sballata" rispetto ai nostri parametri, una famiglia di quelle di cui diresti ai tuoi figli; "Non ve la fate con quelli lì, che non sono persone per bene!"; famiglia formata da papà, mamma, 6 figli (2 di papà e mamma, 1 solo di papà e di un’altra donna, 2 solo di mamma e di altri uomini -ma papà non lo sa, o finge di non saperlo!-, 1 di qualcuno che lo ha rifiutato per i motivi più svariati e che è stato accolto in quella casa –succede, e ahimè succede di frequente, ed è normale che li prendano in casa i vicini, i parenti più prossimi, qualcuno. E generalmente, senza retorica, … i più generosi sono i più poveri–), una zia zitella un po’ ritardata, il nonno, la nonna, una prozia vedova, senza pensione e senza figli, 12 persone in tutto in 50 metri quadrati di casa (50 metri quadrati vuol dire poco più di quattro metri quadrati a testa, cioè … praticamente neanche lo spazio per il letto!)?
Si fa presto a dire: "Ma che gente scombinata…!" "Ma perché non la smettono di fare figli…!" "Se gli do io dei soldi chissà come se li spendono…", o tanti altri discorsi di questo tipo; loro intanto sono nella merda, una merda che, a me Franco che se la tira da prete per te, non mi sfiora nemmeno da lontano!
E poi, se si cercasse di entrare un po’ di più nel loro quotidiano, si farebbero delle scoperte che difficilmente lascerebbero tranquilli.
Il papà un lavoro se l’è inventato: compra in un grande supermercato recipienti grossi, da 8-10 galloni, di detersivi, acqua purificata, bevande varie, che poi imbottiglia in bottigliette piccole, quelle di plastica da mezzo litro, per rivenderle ad amici, vicini, colmados, guadagnando 1, massimo 2 pesos a bottiglietta e vendendone 40, 50 quando va bene, per un guadagno di neanche 100 pesos, 13.500 lire circa, che se ne vanno quasi tutte le sere in birra, rhum, qualche gioco d’azzardo.
La mamma ha da pensare alle cose di casa, lava, pulisce, cuce, cucina e accudisce gli anziani, aiutata un po’ dalle figlie più grandi (ma neanche tanto: si sa come sono i ragazzi: e nel Terzo Mondo come in Italia impiegano anni per metabolizzare qualcosa di buono e 5 minuti per assorbire il veleno del "…Me ne frego, …e a me chi ci pensa, …devo divertirmi e se non lo faccio adesso non lo faccio più, ecc."…); a volte tutto questo le pesa, ha l’impressione di non farcela più: se non avesse un po’ di fede, ritrovata in questi ultimi anni grazie alla Comunità di Base, non saprebbe proprio a chi affidarsi, con questi vecchi che si lamentano sempre, non sopportano i bambini, non sono mai disponibili ad aiutare in casa anche quando potrebbero…; e poi le ragazzine che iniziano ad avere un’età balorda, e c’è da stare attenti a tantissime cose e lei si sente sola: quest’uomo lo vedi tornare solo la notte e quasi sempre ubriaco; e i bambini più piccoli che ne combinano sempre una. E infine poi, saltuariamente, deve anche andare a fare pulizie in tre - quattro negozi grossi del centro, però solo le volte che la cercano, di sera o di mattina presto presto, poche ore a 20-25 pesos l’ora (neanche 4.000 lire…), per un guadagno che … non arriva a 150 pesos, e magari fosse tutti i giorni (mentre in casa tutti hanno … il vizio di mangiare tutti i giorni…).
I due bambini più grandicelli vanno ancora a scuola; i due piccoli no: troppo cara l’iscrizione, e poi, come si potrebbero sostenere le spese mensili. E così a 9 anni il presente li prepara a un futuro già bello impostato, come un marchio indelebile che li segnerà per tutta la vita: analfabeti, in mezzo a una strada a giocare a baseball dal mattino alla sera, esposti ai pericoli più svariati per trovare il modo di guadagnare qualche pesos, al limite della legalità e … anche oltre questo limite.
Ci sono poi le due bambine: una, quella di 13 anni, sa leggere e scrivere, quando arriva qualche lettera è l’unica in casa che se ne capisce un po’ (una volta ha letto anche in Chiesa, anche se il Prete poi le ha detto che … è meglio se aspetta ancora un po’, magari dopo che ha migliorato "la dicciòn", che nessuno in famiglia ha capito cosa significhi questa parola spagnola, ma deve essere una cosa importante se l’ha detto il Prete, e senz’altro tornerà a leggere, perché anche l’Animadora glielo ha promesso), e però non lavora: quando c’è la corrente elettrica, passa ore e ore davanti al Televisore, e, quando non c’è corrente, va dalla "peluquera": lì l’ambiente non è dei migliori, fra discorsi e pettegolezzi, ma qualcosa deve pur fare…! L’altra, poverina, ha 11 anni ma è come se ne avesse 5, e tutti la prendono in giro, e allora lei … non vuole più uscire di casa, e sua sorella (che poi non è proprio sua sorella, perché il papà è lo stesso, almeno sembra, ma le mamme sono diverse…) la spinge, la sprona, ma … lei è sempre buttata per terra, con un dito in bocca a "chuparselo" dal mattino alla sera, e il dottore, dopo una visita da 250 pesos (presi a prestito al 35% di interesse mensili), ha detto che diventerà come la zia zitella scema.
Potrei continuare, ma a questo punto mi rendo conto che … il discorso rischia di prendere un piega che comunque potrebbe portarlo lontano dalla realtà di chi mi legge, mentre io non voglio assolutamente fare della sterile accademia, ma offrire un’occasione per coscientizzarmi e coscientizzare: queste mie righe vogliono essere un grido, una voce che squarcia il silenzio dell’indifferenza perché … "qualcosa" sta passando. E quindi, perché siano efficaci, chi ascolta l’urlo deve essere in condizioni di scorgere questo "qualcosa" che passa, altrimenti l’urlo si perde nel voto, nel buio!
Allora interrompo il ragionamento ambientato a Santo Domingo, e provo a spostarlo un poco più vicino alla quotidianità del nord del mondo.
Lo faccio aiutandomi con qualche titolo di giornale; gli articoli sono sui numeri di "La Repubblica" di questi ultimi giorni (li ho pescati in Internet, al sito: www.repubblica.it, sito che apro un po’ la sera per tenermi informato sulla vita in Italia e nel mondo):
A Dennis, "uomo tigre" manca solo la pelliccia
L’articolo è tutto da leggere, soprattutto nel finale quando l’articolista, a commento conclusivo, deplora il fatto che … se Dennis cambiasse idea, i tatuaggi non potrebbero più andare via!
Seattle, automobilisti inferociti urlano contro una ragazza e la spingono a gettarsi giù
La vicenda è chiaramente finita con il tentato suicidio della ragazza.
Sassari, uccide il figlio dopo un litigio al bar
Non credo ci sia bisogno di commenti; come non ha bisogno di commenti il trafiletto qui sotto:
"Ebreo zingaro" non è insulto BERLINO - La definizione "ebreo zingaro" all'indirizzo del vice presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Michel Friedman, è lecita: così ha stabilito ieri il tribunale regionale di Kempten, in Baviera, che invocando la libertà di opinione ha assolto dall'accusa di ingiuria l'ex leader del partito di estrema destra Republikaner di Oberallgaeu, Josef Reichertz. (…)
E ancora, aproposito di "aiuti umanitari":
Baby prostitute, molti sapevano In febbraio i danesi avevano ritirato i caschi blu sospettati L'inchiesta sulle truppe Onu punta adesso sull'omessa denuncia di molti ufficiali, anche italiani
Così drogano gli adolescenti" l'Onu contro Big Tobacco Sotto accusa le sigarette gratuite ai minori. Nei paesi in via di sviluppo i produttori continuano con la discussa politica promozionale
E infine:
Potrei andare avanti, ma mi sorge il dubbio che anche di fronte a episodi di questo genere (che non sono "casi limite", ma fanno parte della quotidianità riportata da un quotidiano, scampoli della vita che ci circonda ogni giorno…) … "rabbia", "commozione", "nostalgia" restino segregate in un cantuccio del cuore, pronte magari a scattare poi per un bel film, per una "fiction" televisiva, magari per un servizio del telegiornale, ma sempre protette da quei meccanismi di difesa che riportano cuore, testa, tempo, portafoglio allo spazio blindato del: "Ma io che ci posso fare?!", che in fondo è un modo come un altro per svincolarsi da responsabilità più grosse, magari più elegante ed eufemistico rispetto al vero nocciolo della questione: "In fondo io sto bene nel mio, e non me ne frega più di tanto!"
Già perché il corollario di questo lungo mio ragionare potrebbe riguardare quell’anziano che vive sul pianerottolo, e di cui conosco solo il cognome scritto sulla cassetta delle lettere, una persona che sembra così educata e a modo, ma che tiene la televisione a certi volumi: deve proprio essere sordo, ma così non si può andare avanti, qualche sera busso e glielo dico alla mia maniera, visto che da solo non ci arriva…! E della storia di questa persona, delle speranze che ha nel cuore, dei sogni nel cassetto, delle delusioni di tutta una vita, della fatica di arrivare a fine mese con quel poco di pensione, della solitudine e dell’amarezza perché suo figlio, se va bene, gli telefona una volta alla settimana… di tutto questo non me ne faccio proprio niente?!
O potrebbe riguardare quella famiglia che sta al piano di sopra, in cui si sente sempre litigare, che sembra che non abbiano né vergogna né riservatezza, già, ma dall’accento si capisce bene da dove vengono, e i bambini poi che sporcano da morire sul poggiolo, e sempre quando ho steso la biancheria, che una volta o l’altra telefono ai vigili e glieli mando, perché sopportare sì, ma l’educazione è la prima cosa, e poi, se non vanno d’accordo che si separino e la facciano finita…! Già, perché le famiglie che io frequento sono tutte perbenino: figli educati, genitori rispettosi e compíti, un certo livello di istruzione, un tenore sociale se non superiore, di certo non inferiore al mio, un alto profilo professionale, persone di cui davvero non si può dire nulla, e poi vanno in Chiesa quasi ogni domenica, impegnati negli Scout o in ACR, studio, vacanze, e che festa per i 18 anni della figlia: sembrava di essere in un film!
Oppure quel marocchino (che non so se sia proprio del Marocco: dagli occhi azzurri si direbbe più albanese che marocchino, ma figurati se gli do la confidenza di chiedergli da dove viene!) che è sempre lì, al casello a vendere fazzolettini di carta, e io anche ho provato a fargli un sorriso, come dice il Prete nella Messa, ma quello si prende il dito con tutta la mano, si mette a urlare quando vede arrivare la mia macchina, mi fa fare delle figure, e poi mica posso sempre comprare fazzoletti, mica tutti possiamo avere sempre il raffreddore per aiutare questa gente, che non capisco perché non se sta a casa sua…!
O anche… già, ma a questo punto credo che il discorso lo possa continuare tu, guardandoti intorno, guardandoti dentro, e dando un seguito a questa lettera.
Perché non è necessario venire a Santo Domingo, andare in Africa, o fare chissà quale gesti clamorosi. L’unica cosa che conta è …
Chiudo. Desideravo farti sapere che con questa lettera termino per ora la mia corrispondenza e-mail (cos’è quel sospiro di sollievo?! Ah: è solo uno sbadiglio - ma non provocato da questa mia lettera, spero! -: scusa, avevo capito male!): lascio la casella aperta ancora uno o due giorni, e poi la chiudo per un po’ di tempo, per cui perdonami se eventuali tue future e-mail resteranno senza risposta. Spero, tornando in Italia, di riuscire ad incontrarti personalmente. Comunque … grazie della pazienza di avermi letto fino a qui. Sei e resti nel mio cuore, e desidero chiudere questa ultima lettera circolare ribadendo che I CARE! Ti ho nel cuore, ti voglio bene! Santo Domingo, 31 agosto 2001 Francopreteperte
PS: allego un articolo di Desmond Tutu, vescovo anglicano, premio Nobel per la pace, uscito su "La Repubblica" del 23 agosto; io l’ho trovato molto bello. Visto che sei arrivato a 30 per la pazienza (rassegnazione?!) di avermi letto fin qui, fai 31 e leggiti con calma anche questo articolo: merita!
I nuovi schiavi del mondo Oggi le Nazioni Unite celebrano la Giornata della memoria
di DESMOND TUTU
OGGI la maggior parte del Terzo Mondo è tenuta in ostaggio da una schiavitù altrettanto orribile, nelle sue conseguenze devastanti, di quella del passato. La maggior parte del Terzo Mondo è stremato sotto il peso del più invalidante e stremante debito internazionale. Le statistiche sono impressionanti: in Etiopia 100.000 bambini muoiono ogni anno di malattie facili da prevenire, mentre il governo spende per ripagare il debito quattro volte quello che spende per la spesa sanitaria. Spesso ci è difficile capire le statistiche e gli giriamo le spalle. E' tutto così impersonale. Proviamo a personalizzarlo un poco. Immaginate il vostro piccolo, non vaccinato contro il morbillo o la difterite, che lentamente si spegne davanti ai vostri occhi senza che voi possiate fare alcunché, perché non ci sono medicinali a disposizione. I paesi poveri sono costretti alla povertà, all'ignoranza, alla malattia, alla fame e alla morte. Le risorse che dovrebbero essere impegnate per costruire strade e dighe, per le scuole e per pagare i maestri, per comperare libri e per l'assistenza sanitaria, sono deviate, con conseguenze disastrose, per ripagare debiti che non diminuiscono, ma anzi aumentano per via dei crescenti tassi d'interesse e della svalutazione delle valute di questi paesi poveri. Anche se economicamente fosse una cosa logica, e non lo è, certamente non è logico dal punto di vista morale. I paesi poveri non sono in grado di spezzare le catene che li hanno schiavizzati in maniera così rovinosa. Noi che seguiamo il Falegname di Nazareth sappiamo che quando si dà da mangiare agli affamati e da vestire ai poveri, lo si fa per Lui e Egli ci ha esortato a perdonare i nostri debitori per essere perdonati dal nostro Padre in cielo. Ma più chiaramente siamo vincolati dalla lezione del Capitolo 25 del Levitico, che decreta che ogni 50 anni gli schiavi siano messi in libertà, che i debiti siano cancellati e che la proprietà ipotecata ritorni ai proprietari legittimi senza vincoli, per dare una opportunità alle persone di ricominciare da capo, di iniziare nuovamente, nello spirito della nostra fede che è la fede di sempre nuovi inizi quando si è perdonati. Le cancellazioni del debito si sono già verificate nel passato; nei confronti della Germania dopo la guerra, e gli Usa hanno cancellato 7 miliardi di dollari all'Egitto a seguito dell'operazione Desert Storm. I paesi poveri, sollevati dal vincolo del debito, potrebbero sviluppare economie robuste che potrebbero diventare anche vigorosi mercati di consumo Siamo fatti per essere uniti. In Africa diciamo che "una persona è una persona attraverso altre persone". Siamo legati da una delicata rete di interdipendenza. Crediamo, nell'ubuntu, la mia umanità è dentro alla tua umanità. Ubuntu parla di generosità, di compassione, di ospitalità, di condivisione. Io sono perché voi siete. Se io vi disumanizzo, allora, che lo voglia o no, mi disumanizzo anch'io. Liberare il Terzo Mondo da questa nuova forma di schiavitù vi permetterà di rendere migliore la vostra propria umanità e camminerete a testa alta, anche voi liberati. (traduzione Guiomar Parada l'autore è premio Nobel per la pace)
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