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1/9/01

 

 

 

Santo Domingo, 24 maggio 2001

O.K.,

eccomi a cercare di condividere un pochino le prime impressioni di questa nuova 
avventura....

Intanto ringrazio tutti quelli che mi hanno inviato e-mail: sono stati veramente tanti, ed 
è stato molto bello, in questi primi giorni di vita dominicana, ricevere tanti auguri di 
benvenuto da amici fisicamente lontani, ma che si sono dimostrati vicini con il cuore!

È davvero importante sapere che non si è soli, poter contare sull'affetto,  sull'appoggio,
sulla presenza di tante persone care.

Non voglio fare una sviolinata, ma il cuore si gonfia e le difficoltà si ridimensionano 
davanti a una così bella dimostrazione di amicizia!

Avrei voluto rispondere a tutti personalmente, ma siccome le persone che mi hanno 
contattato via e-mail, finora, sono state davvero tante, lo faccio con questa lettera 
"circolare".

È chiaro che... anche se questo scritto è uguale per tutti, ciascuna delle persone a cui 
arriverà questa lettera (e spero che circoli e raggiunga il maggior numero di persone 
possibili...) occupa un posto specialissimo nel mio cuore, e di questo devo dire  grazie
a Dio e a te che stai leggendo: davvero il Signore attraverso te mi ha fatto un  dono
stupendamente grande!

Chiedo scusa se ho fatto passare qualche giorno prima di rispondere: non è facile da 
qui collegarsi a Internet, e già vari tentativi di spedire questo mio scritto sono andati 
falliti.

Vi racconto qualcosa delle primissime impressioni di questa avventura, che si 
presenta davvero entusiasmante, e vi faccio la cronaca delle prime attività qui.

Il viaggio in aereo è... volato via, anche se le ultime ore non passavano più: dalle 15 
del pomeriggio (in Italia le 21) alle 19 della sera (ora in cui l'aereo è atterrato a S. 
Domingo, l'una di notte in Italia) davvero sembrava che il tempo non scorresse...; 
d'altronde... eravamo in viaggio dalle 7 del mattino (con una sosta di quattro-cinque 
ore a Parigi...)!

La missione è - chiaramente - completamente fuori dai circuiti turistici, a un'ora di 
macchina dall'aeroporto, su strade che sono piene di buche, a tratti sterrate, 
completamente buie di notte e con un traffico ininterrotto di macchine guidate da veri 
e propri pazzi (a Napoli ci sono un ordine e una calma esemplari, rispetto a qui...).

Dopo il viaggio la prima cena (minestrone alla genovese preparato da una signora 
dominicana, arricchito dal pesto fresco che padre Paolo - qui noi preti siamo tutti 
chiamati così: io sono padre Franco - aveva fatto arrivare con noi da Genova...) e 
poi... a nanna.

La mia camera affaccia sulla strada, dove automobili, moto senza marmitta, camion 
rumorosissimi si avvicendano in continuazione.

Il caldo e le zanzare completano il quadretto, dando una nota di colore al variopinto 
sottofondo di musica sudamericana che fa da sfondo per tutta la notte.

Eppure ho dormito bene, di gusto, protetto da una zanzariera che dominava il mio 
letto con aria di sfida per le zanzare (che sono riuscite a pungermi comunque: sono 
davvero bastarde da queste parti, e sono anche silenziose, arrivano senza ronzii, 
colpiscono e se ne vanno...).

Il giorno dopo, il primo per me qui a S.Domingo, un giro per il barrio (in spagnolo vuol 
dire: quartiere).

Il primo impatto è davvero traumatico.

Con padre Paolo ci portiamo verso una tendopoli.

Lì ci sono accampate 72 famiglie a cui sono bruciate le case in un incendio tempo 
prima.

Vivevano in tre palazzine che avrebbero dovuto ospitare trenta famiglie, in realtà ce 
ne erano appunto 72.

La situazione è drammatica.

Le tende sono grosse tende di stoffa militare pesantissima, rabberciate, strappate, 
aggiustate alla meglio, sostenute da pali, alberi, bastoni di fortuna.

Entriamo: un pullulare di bambini nudi che corrono a destra e a sinistra, un caldo che  ti
fa venire un senso di soffoco, una puzza irresistibile. mi vergogno della voglia che  ho
di scappare, del senso di fastidio che provo per quella situazione.

Più di cinquecento persone vivono promiscuamente in quei grossi tendoni, in stanze 
ricavate da mobili che separano sommariamente gli ambienti, da paratie di legno, di 
plastica, di nylon, da corde su cui sono appesi magliette, pantaloni, mutande....

In una tenda anche 20, 30 famiglie insieme: l'intimità e la riservatezza sono parole 
senza nessun significato, qui in questa situazione...!

Dentro l'umidità, il caldo, il senso di soffoco sono impressionanti.

I piedi affondano nella melma, le bestie legate e controllate perchè non si perdano o 
siano rubate nella confusione da qualche vicino (galline tenute al guinzaglio, legate 
alla sponda del letto o portate a spasso da bimbi che fanno di questo il loro diversivo).

Siamo accolti bene. Padre Paolo mi presenta e poi discute con il "capocomunità" le 
novità di questo ultimo periodo: il governo ha promesso, i politici si sono impegnati a 
parole, il Parlamento ha deliberato.... Usciamo: tiro un sospiro di sollievo lungo  quanto
un'omelia di quelle noiosissime, l'aria fuori mi sembra di colpo salubre,  frizzante,
desiderabilissima. Una ragazza in cinta ci saluta: ha in sè il figlio concepito  in quella
vergogna, e la sua gioia, il suo sorriso gattano uno squarcio di luce nella  bruttura di
quella situazione: lei ha raccolto la sfida e ha fatto trionfare la vita.

Penso con tristezza che in questo momento tanti ragazzi e ragazze della sua età, a 
dieci ore di volo da qui, gettano quotidianemente la spugna, rifiutando la sfida, si 
trascinano nella disperazione senza guizzi, camminano con nel cuore la morte in un 
quotidiano insulso e banale. Mi sento piccolo.

Il giro continua, ma tralascio tanti particolari per non essere pesante..

Il secondo momento che mi piace condividere con voi è l'incontro con gli animatori 
delle Comunità di base (la Parrocchia è divisa in tante piccole Comunità di base, 
ciascuna animata da un laico o una laica...).

Si parla del padre Nostro, ed esattamente della frase "Dacci oggi il nostro pane 
quotidiano...".

Le osservazioni mi piombano sul capo come una mazzata.

Persone semplici, ignoranti, qualcuno non sa neanche leggere.

Ma le loro provocazioni sono terribili, acute, taglienti...: "Qualcuno dice Padre nostro, 
ma farebbe meglio a dire Padre mio: se non condividi ciò che hai con gli altri, se il 
pane che hai lo consideri pane solo tuo, allora con che coraggio puoi dire che Dio è 
Padre nostro, se tu pensi solo a te stesso? Gesù ci ha insegnato a condividere, ma 
noi ci siamo appropriati di tutto: del pane, dell'amore, delle cose e anche di Dio..."

"Sono loro i missionari - mi viene da pensare - io sono qui per imparare..."

La giornata prosegue: l'incontro con i giovani, la passeggiata nel barrio, la Messa 
celebrata in spagnolo.

E poi i giorni successivi, con l'esperienza di guida automobilistica più traumatica e 
divertente che abbia mai fatto (provare per credere...), il cambio dei dollari, la  Libreria
dell'Arcivescovado....

E ancora la visita ai malati; le Messe in spagnolo; le frotte di bambini che sempre 
corrono incontro in un'accoglienza gioiosa, accattivante; la miseria che è 
inimmaginabile per noi.

E la dignità, la sensibilità, l'affabilità di questa gente, che strozzano la gola con un 
nodo per i gesti, le attenzioni, la semplicità.... Non voglio fare della poesia: la 
situazione è terribile per loro. Eppure...!

Ma non voglio tediarvi oltre (non vorrei che le relazioni via e-mail si interrompessero 
bruscamente per... la noia di leggere tutto questo che scrivo!) e poi... non so se in 
futuro potrò scrivere sempre così a lungo...: meglio non esagerare...!

Nota: l'e-mail a cui rispondermi è francopreteperte@softhome.net

spero che questo e-mail arrivi al maggior numero possibile di persone!

grazie a tutti di tutto: siete nel mio cuore!
                                   
                                 I CARE!

                                                                                                      don Franco
Buon cammino!

 

31/5/2001

Ciao!
    ...Ecco che ho un attimo di tempo, per mettere per
    scritto qualche notizia sui primi giorni di vita
    dominicana.
    Il primo impatto è stato positivo, anche se la lo stile di
    vita di qui è distante anni luce da quello a cui siamo
    abituati noi....
    Sono stato presentato ufficialmente alle Comunità di
    cui dovrei diventare Parroco (anche se hanno pensato
    di avere un Parroco... muto: per me la lingua spagnola
    è ancora un problema, e non ho parlato per nulla -ma
    mi rifarò quando avrò imparato; poverini: non sanno
    cosa li aspetta-!)
    Don Lorenzo Lombardo, il prete che dovrei sostituire a
    fine anno, ha pensato bene di presentarmi alle
    Comunità con un nome "spagnolo": "Aqui con
    nosotros està el padre Francisco...".
    "Per loro è più semplice da ricordare - si è scusato
    con me don Lorenzo - e poi è un nome diffuso,
    comune qui in S. Domingo...".
    E così sono diventato per tutti, o quasi, il ... padre
    Francisco.
    La cosa, sinceramente, mi ha dato inizialmente un po'
    fastidio: ci tengo al mio nome, che è parte della mia
    identità, del mio essere persona; il nome storpiato,
    ispanizzato, mi ha dato l'impressione di una violenza
    fatta a me.
    Ho pensato: "E' come se qualcuno di loro venisse in
    Italia, e anziché chiamarlo Josè, lo chiamassimo
    Giuseppe, o anziché Juan lo chiamassimo Giovanni:
    non sarebbe rispettoso per loro...".
    Poi mi è venuto in mente che... da più di 500 anni noi
    "occidentali" manchiamo di rispetto, violentiamo la
    cultura, il sentire, la sensibilità di questa gente,
    imponendo a loro i nostri modelli, il nostro standard, i
    nostri gusti...!
    Allora... ho deciso di accettare un piccolo
    compromesso: a chi mi chiede come mi chiamo dirò
    che mi chiamo Franco, ma... accetterò di essere
    conosciuto e chiamato col nome di padre Francisco,
    accetterò di cambiare il mio nome in un altro che... è
    più vicino al gusto dei miei nuovi parrocchiani.
    D'altronde... i grandi personaggi della Bibbia, per il
    coraggio dimostrato nell'affrontare le sfide che il
    Signore proponeva loro, hanno avuto in dono da Dio un
    nuovo nome: Abram (che in ebraico vuol dire: padre
    venerabile), quando ha ricevuto la promessa di una
    discendenza numerosa come le stelle del cielo, è
    diventato Abramo (che vuol dire padre di una
    moltitudine...); Giacobbe è diventato Israele, Saulo è
    diventato Paolo, Simone è diventato Pietro....
    Certo non ho la presunzione di essere paragonato a
    loro (il sole, che qui picchia fortissimo, non mi ha
    ancora giocato questi brutti scherzi...!), ma... spero
    proprio che un nome nuovo possa significare un cuore
    nuovo, finalmente libero da tutto ciò che lo
    appesantisce, lo indurisce, lo chiude, un cuore davvero
    pronto ad accogliere il Signore presente in questi suoi
    figli!
    Qui la vita di ogni giorno è sempre frenetica, e le
    giornate volano velocissime.
    La sveglia in genere è alle 5:15. Una bella doccia, la
    camera rifatta e poi... le lodi in spagnolo (ho comprato
    un libro di preghiere in spagnolo, e alcuni momenti
    della mia preghiera li sto facendo in spagnolo...).

    Noi viviamo in una piccola villetta, che è un
    pugno nell'occhio rispetto alle abitazioni di
    questa gente, che vive in una miseria e in una
    povertà impossibili da rendere a parole.
    Certo: nulla a che vedere con il comfort e le
    comodità che ci sono a Genova.
    Però il nostro tenore di vita è molto ma molto
    superiore a quello della gente che siamo
    chiamati a servire.
    E' vero: uno può trovare milioni di scuse a nostra
    giustificazione: quanto resisterebbe il nostro
    fisico se lo sottoponessimo alle condizioni di vita
    della gente del Guaricano? Igienicamente, come
    alimentazione, come resistenza alle difficoltà i
    domenicani sono in grado di affrontare disagi che
    per noi sarebbero insostenibili; anziché essere
    noi a servire loro, saremmo presto bisognosi noi
    d'assistenza, di cure, d'aiuto.
    Eppure... sinceramente mi pesa non poco l'idea
    che parlo di un Dio che ama i poveri, che vuole
    siano riscattati dalla miseria, che li vuole liberi
    dall'oppressione e dal bisogno e poi... io vivo in
    condizioni molto ma molto migliori rispetto a
    quelle della gente di qui: ne va della mia
    credibilità.
    "Belli i tuoi discorsi, ma... è comodo fare la
    pastorale dei poveri quando si sta in una bella
    casa pulita dove non manca nulla..." potrebbe
    rinfacciarmi uno chiunque dei miei nuovi
    parrocchiani!

    Alle 7:00 in genere c'è la celebrazione della Messa. Il
    territorio è vastissimo, e ogni giorno ci portiamo in una
    Cappella diversa.

    Niente a che vedere con le Cappelle e le Chiese
    che ci sono da noi. Qui la povertà -lo ripeto- è
    tanta, è pazzesca. La gente tiene alla Chiesa, ma
    le Chiese di questo quartiere riflettono la povertà
    della gente (la casa dei missionari no, ma...
    almeno quella del Signore sì...; d'altronde, per lui
    è normale: è nato nella merda, in una grotta, e ha
    sempre prediletto gli ultimi, gli scarti
    dell'umanità...!) Certo: sono dignitose,
    accoglienti, pulite, ma... povere, davvero povere!
    E credo che... solo chi è stato da queste parti può
    immaginare il senso di queste mie righe!

    Le Messe non durano mai meno di un'ora (se fossero
    così le Messe feriali a Genova, quanta gente ci
    verrebbe?) e sempre sono caratterizzate da canti,
    festa, tamburi (sono bravissimi a suonarli!), battiti di
    mani, preghiere spontanee, grande devozione. E' una
    religiosità che si distacca moltissimo da quella delle
    nostre Comunità, e richiede una conversione di testa e
    di cuore (spero che il Signore mi dia la forza di
    compierla...!); d'altronde sarebbe mostruoso se
    imponessimo i nostri canoni a queste persone!
    Al termine della Messa, ogni giorno si affrontano
    incombenze diverse...: con una popolazione di più di
    100.000 persone non c'è spazio per la
    programmazione (d'altronde, il domenicano è poco
    avvezzo alle pianificazioni...: nel bene e nel male qui si
    respira una mentalità di spontaneismo, di
    immediatezza, di precarietà...), e così... si affrontano le
    varie situazioni a seconda di come si presentano (ma
    tempo che avanza non ce n'è praticamente mai...).
    A mezzogiorno il pranzo, insieme alle suore brignoline:
    è un momento davvero bello di vita comunitaria, uno
    squarcio di italianità (anche la cucina è all'italiana...)
    nella full immersion afro-americana di Santo Domingo.
    La cena invece è ad ore diverse: ciascuno la fa
    quando arriva, e quasi mai ci si riesce a
    sincronizzare...!
    I momenti di preghiera in comune tra noi preti sono
    l'ora media dopo pranzo e la compieta prima di andare
    a dormire (entrambi in spagnolo).
    Nel pomeriggio io in genere studio un po' di spagnolo,
    leggo, prego e... mi cimento con l'archivio parrocchiale.

    Qui l'archivio parrocchiale è fondamentale, e non
    solo per attestare chi ha ricevuto i Sacramenti: i
    documenti civili sono spesso confusi, disordinati,
    poco chiari, e perciò i certificati rilasciati dalla
    Chiesa hanno più peso di quelli rilasciati dallo
    stato. E' un servizio davvero delicato,
    importantissimo: anche se è davvero pesante
    (capire la scrittura, decifrare i nomi così diversi
    dai nostri, fare capire che manca quel dato,
    convincere gli interessati a sbattersi per fornirlo...)
    e poco gratificante, è però preziosissimo e può
    rivelarsi magari decisivo per risolvere a qualcuno
    di loro qualche problema.

    Alle 21:30 circa si va a dormire (non c'è corrente e... a quell'ora è
tutto
    buio già da quasi due ore, perciò...); si fa per dire, perché tra caldo,
    zanzare e rumori della strada il sonno è spesso interrotto (ma io
personalmente
    non posso lamentarmi: rispetto ai miei standard sto dormendo tanto e a
    soddisfazione...).

    Ecco: questo è un piccolo, magari un po' noioso, ma abbastanza
dettagliato
    resoconto della vita qui a Santo Domingo.
    Nella prossima e-mail parlerò, invece, di un progetto che mi sono
impegnato a
    sponsorizzare con quanti, dall'Italia, sono disposti a dare una mano
alla gente
    del Guaricano.
    Si tratta di una questione che sembrerà scema e che magari farà
sorridere
    tanti, ma che qui è davvero drammatica e che non fa assolutamente
divertire
    nessuno: manca un carro funebre, e tutte le volte che c'è un morto (e ce
ne
    sono diversi ogni giorno) è un problema davvero pesante (qui non c'è
nessun
    intervento da parte delle Istituzioni: ciascuno si deve arrangiare come
meglio
    può...; oltretutto qui i carri funebri funzionano anche
    come ambulanze, e questo vuol dire che per più di
    100.000 persone non c'è neanche un servizio di pronto
    soccorso!)
    Ma di questo parlerò un'altra volta: sono certo di averti
    già rotto abbastanza con queste mie righe, e poi le
    zanzare (approfittando del fatto che sono seduto, fermo
    a scrivere) mi stanno divorando vivo!
    Scusa se sono stato lungo e ti ho stancato, grazie per
    avermi letto fin qui....
    E ricorda: il mio cuore è lì con te: I CARE, ti voglio
    bene = desidero il meglio per te, voglio il tuo bene!

    Francopreteperte

2/6/2001

 

Un saluto a todo el mundo da S. Domingo per questa mia
ennesima "lettera circolare".
   
Qui il tempo è caldo, un caldo umido che ti fa stare sudato 24
ore su 24.
  
E' iniziata con il primo di giugno la stagione dei cicloni.
 
L'annuncio è stato dato durante il TG della sera, ne sono
previsti, nei prossimi mesi, 13 abbastanza forti; il problema è
che non si sa nè dove, nè quando, di preciso, si abbatteranno.
   
Approfitto del riferimento al TG e alla TV per sfatare una
"convinzione" che è diffusa da noi in Italia (perlomeno, fra le
persone che conosco io): non è affatto vero, come tanti dicono,
che su tutte le baracche nel barrio (ricordo che barrio in
spagnolo vuol dire "quartiere") ci sono antenne paraboliche!
Meglio: non ce ne sono del tipo di quelle che vediamo da noi:
antenne belle, nuove, comprate in negozi specializzati e
sistemate in modo che non possano essere portate via da
qualche passante malandrino.
Qui su tante baracche c'è qualcosa che assomiglia ad
un'antenna parabolica, ma si tratta di gusci di ventilatori,
sistemati con bastoni di ferro e lattine vuote; sono rudimentali
attrezzi che nessuno si sognerebbe di rubare ma che, a sentire
la gente del barrio, funzionano abbastanza bene per catturare
programmi internazionali, soprattutto degli U.S.A., anche alcuni
di quelli criptati.
   
E così la gente di qui riesce a "rubare" qualche scampolo di
programma (quando c'è la corrente elettrica...!) al grande trust
delle compagnie televisive, longa manus delle multinazionali
che a questa gente rubano la salute, la terra, i prodotti, la
cultura, la vita.
Che scambio impari: il furto ogni tanto di un'ora di telenovela in
cambio della propria dignità di persone...!
    Come?! Sono tante, troppe le circostanze in cui qui si viene
defraudati del proprio diritto ad essere rispettati come persone
umane.
A poca distanza da qui, per fare un esempio, si trova quella che
è conosciuta come zona franca.
Si tratta di una fascia di territorio, a est di Santo Domingo, circa
due ore di viaggio dalla capitale, in cui affermate marche di
diversi prodotti (per lo più di abbigliamento, alcune anche
italiane) hanno impiantato industrie varie, dove viene lavorata la
merce, che sarà poi esportata per essere venduta sui mercati
del nord-ovest (quelli di noi ricchi, per intenderci...).


    Certo, formalmente niente di male; anzi, in teoria le leggi
    tutelano e proteggono il lavoratore, e chiunque qui è felice di
    poter lavorare in quegli stabilimenti: qui il termine lavoro è
    qualcosa di aleatorio, il domenicano medio se lo deve
    letteralmente inventare ogni giorno, e un posto del genere è una
    vera benedizione del cielo.
    Ma è proprio questa fame di lavoro che... crea competitività, fa
    crollare il costo della manodopera, permette che eventuali
    rivendicazioni di fronte a palesi ingiustizie siano facilmente
    stroncate, e così via.
   
    Per essere ancora più concreti: è qui che vengono manufatti
    molti dei vestitini della Barbie, la famosa bambola. In genere le
    persone addette a questo lavoro sono donne; vengono pagate a
    cottimo: circa 3.000 lire (25 pesetas) per un vestitino che in
    Italia costa più di 40.000 lire; un vestitino richiede ore e ore di
    lavoro fino, facendo attenzione a tanti i particolari (insomma,
    mica si possono regalare cose poco curate alle tenere bimbe
    europee o nordamericane...), con il rischio di sbagliare e di
    doverci rimettere il materiale (e così le 25 pesetas in realtà
    diminuiscono, perchè non sempre e non tutto riesce bene, e il
    committente è tanto, tanto, tanto esigente: il mercato, le
    esigenze dei bambini, la concorrenza; chi sbaglia paga e il suo
    guadagno diminuisce...).
    Da ora in poi, ogni volta che ti capiterà di vedere nelle vetrine
    qualcuno di quei completini così delicati, eleganti, raffinati, beh,
    pensa che c'è dentro il sudore, la fatica, lo sfruttamento delle
    donne dominicane...!
   
    Questo è solo uno dei tanti furti di dignità che il latrocinio del
    nostro sistema capitalistico sta perpetrando sulla pelle dei più
    poveri tra i poveri (in queste righe stendo un pietoso velo sulle
    aberrazioni dell'industria turistica: ci sarebbe da parlare per
    pagine e pagine...).
   
    Oggi abbiamo avuto circa venti minuti di pioggia fortissima.
    Durante la pioggia il barrio si svuota, in giro non c'è nessuno;
    si crea silenzio, un silenzio strano, irreale; un silenzio pesante,
    apparentemente rotto in modo fastidioso solo dal fragore del
    temporale che si abbatte sulle baracche.
    Ma il rombare dell'acqua sui tetti di legno, di lamiera, di
    cemento, pur infrangendolo non spezza quel silenzio carico di
    apprensione, denso di paura. Qui nessuno è attrezzato a
    sostenere le forti precipitazioni che ogni tanto capitano, e...
    pioggia spesso vuol dire disastro, crollo, danno....
   
    Alla fine del temporale la scena è bellissima, quasi
    commovente. Il barrio si ripopola. I primi a mettere il naso
    fuori dalle baracche sono i bambini, trattenuti a stento da mani
    adulte che dubitano sia finito davvero tutto.
   
    Il temporale ha gonfiato di liquame fetido le "fogne a cielo
    aperto": qui non esiste un sistema fognario, e gli scarichi liquidi
    escono dalle case della gente, incanalati in rivoli che con il
    tempo si sono scavati il loro percorso, zigzagando tra le
    baracche, il marciapiedi, la strada.
   
    Per i bambini (ahimè) è una festa: sguazzano nelle putride
    pozzanghere che si sono formate, corrono seminudi schizzando
    a destra e a sinistra, rincorsi dalle urla di qualche anziano, di
    qualche sorella più grande, di qualche mamma energica che
    rovina il divertimento interrompendolo bruscamente.
   
    In tutto questo esplode di nuovo vita; la musica riprende forte,
    assordante, quasi a voler esorcizzare il silenzio di terrore del
    temporale; macchine e moto arrugginite e senza marmitta
    sfrecciano fra i rivoli di liquidi ed escrementi, con strombazzate
    di clacson il rombo sordo e quasi festoso del motore che copre
    per un attimo la musica; i negozianti (qui lo sono quasi tutti:
    quasi in ogni baracca si sono industriati per vendere
    qualcosa...) riespongono la loro merce.
   
    E' una scena da un lato straziante: in questi frangenti ti rendi
    conto come sfiori il tragico la condizione di questa gente;
    dall'altro è una scena carica di poesia, una poesia robusta,
    selvaggia, violenta: la vita ancora una volta riemerge dal buio,
    dalla paura, dal disastro e... si impone.
   
    E' l'ennesima colpo basso per il mio stile piccolo-borghese,
    l'ennesima prova che qui ho tanto da imparare, io che guardo
    tutto questo con il distacco di chi ha un tetto sicuro sulla testa e
    con il disgusto di chi è nauseato dall'odore della fogna e
    inorridito dagli insani giochi dei bambini.
   
    E' la festa della vita, una vita martoriata, una vita piegata anche
    e soprattutto per il tanto, il troppo che noi, uomini del nord-
    ovest, gelosamente abbiamo messo da parte per noi, custodi
    avari di un "benessere" che sempre più si riduce a "benavere",
    anzi, a "tantavere", alle spalle e sulla pelle di tanti, troppi che
    pagano ogni giorno tanto, troppo per il nostro tenore di vita.
   
    Una vita che contro tutto e tutti canta di gioia il suo essere
    industrubbile.
   
    "Dio un golpe con todo su poder: deshizo a los
    superbios y sus planes. Derribò a los poderosos
    de sus tronos y esaltò a los umildes. Colmò de
    bienes a los hambrientos y despidiò a los ricos
    con las manos vacìas"
    ("Ha spiegato la potenza del suo braccio: ha
    disperso i superbi nei pensieri del loro cuore. Ha
    rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli
    umili. Ha ricolmato di beni gli affamati, ha
    rimandato a mani vuote i ricchi" Vangelo di Luca,
    cap. 1, versetti 51-53)
   
    E questa non è poesia: è storia che, prima o poi, ci riguarderà
    tutti. Perchè Dio è un Dio fedele, è un Dio giusto e
    misericordioso. Soprattutto nei confronti dei poveri, degli ultimi.
   
    Con affetto grande: I CARE!
   
    Francopreteperte.
   
    Santo Domingo, 1 giugno 2001
   
    P.S.: questa lettera è stata scritta in fretta e non è stata rivista:
    il tempo è poco, e il desiderio di raggiungere tutti è grande:
    chiedo scusa per errori, sviste, periodi pesanti, insomma, per la
    noia che posso aver provocato.
    Grazie di avermi letto fin qui.
    Parlerò una prossima volta del plan funeral e dei problemi
    grossi che avere un morto in casa comporta qui nel barrio del
    Guaricano.
    Grazie comunque ai tanti, proprio tanti, che già hanno chiesto, si
    sono interessati, hanno manifestato interesse e disponibilità!

 

 


9/6/2001

Ed ecco l'ennesima "lettera circolare".

 

Qualcuno mi ha fatto notare che una "lettera circolare" è senz'altro meno incisiva e diretta di una comunicazione personale.

E' vero, e chiedo scusa.

E' che ... questa lettera parte da S. Domingo e raggiunge credo molto più di 100 persone (contando quelle a cui tanti la fanno pervenire indipendentemente da me...); questo è molto bello, e dà una carica eccezionale sapersi seguiti da tante persone.

Purtroppo non mi è possibile "personalizzare" così tante lettere: riesco con sempre più fatica a trovare il tempo per scrivere ogni tanto una lettera circolare!

Però quanti desiderano uno scambio più immediato, diretto, sappiano che nei limiti del possibile sono disponibile!

 

Mi piace, in queste righe, presentare un aspetto diciamo "frivolo" della nostra vita in missione: una "uscita" (un "paseo", come si dice in spagnolo) di alcuni giorni fa a Juan Dolio, località balneare a circa 50 chilometri dalla missione.

 

Partenza alle ore 9:00; don Paolo, notoriamente "domenicano" per quel che riguarda gli orari (è sempre in ritardo!), è stavolta puntualissimo: la Vergine Maria dell'Altagrazia (titolo mariano con una devozione diffusissima in S. Domingo: molto più della Madonna della Guardia per i genovesi...) avrà compiuto un miracolo straordinario, o è solo la prospettiva di una giornata al mare a compiere il prodigio?

 

Partiamo sulla camionetta della missione, don Paolo al volante, le suore dentro e Francesco (il laico che fa servizio in Missione), don Lorenzo e io sul cassone del veicolo.

Con noi ci sono anche Edy, figlio di una signora che lavora in missione, e Francia, la nipote del custode di una delle Chiese.

In tutto 11 persone, per un viaggio ai limiti del possibile.

Qui è così: in Italia una cosa del genere farebbe scattare sanzioni severissime, qui è la norma.

 

Per inciso: domenica 3 giugno ho battuto il record personale di ragazzi su un mezzo omologato per 5 persone: ho sparso la voce che offrivo un gelato ai ragazzi del coro, e si sono presentati in 30. Ho scoperto che la gelateria più vicina era a 15 minuti di viaggio in automobile; improponibile l'idea di andare a comprare il gelato e portarlo in Parrocchia: si sarebbe sciolto per il caldo durante il viaggio. E allora...: tutti sulla camionetta, e... ci siamo stati tutti –anche se non ho guidato io: ho lasciato guidare uno di loro, più avvezzo allo stile del luogo; io non me la sono sentita!

 

Il viaggio: un interminabile serie di scossoni per il fondo dissestato, con la schiena che alla fine formava un tutt'uno con gli ammortizzatori del veicolo e il sedere a pezzi dopo pochi minuti, nonostante il "conforto" dei cuscini forniti dal previdente don Lorenzo...!

 

Edy aveva un paio di sandali nuovi, di almeno due misure più grandi del suo piede, inaugurati per l'occasione, e ogni due minuti se li levava dai piedi, un po' per farceli vedere (mica è da tutti i giorni un paio di sandali nuovi...), un po' ... per il fastidio che gli davano ai piedi (abitualmente Edy gira scalzo...); insomma, alla fine del viaggio di andata i bei sandali erano in un angolo del cassone, e lì sono rimasti fino alla fine della giornata, quando Edy li ha trionfalmente recuperati per altre importanti occasioni.

 

Francia se ne stava seduta sul fondo del cassone, con gli occhi che le brillavano dalla felicità e guizzi di gioia sul volto, rapidi baleni che squarciavano la sua timidezza. A metà viaggio ci siamo accorti che aveva freddo, e che però si vergognava a dirlo. Le abbiamo proposto di continuare il viaggio dentro, con le suore, ma lei ha rifiutato: il posto dei bambini, quando sono un po' cresciuti, non è dentro, è sul cassone, e il suo orgoglio non le permetteva di accettare quell'invito...!

 

Non altrettanto ferreo e granitico si è dimostrato l'orgoglio di Edy, che al rifiuto di Francia si è subito fatto avanti per offrirsi di andare dentro (mentre in partenza aveva fatto il matto per poter restare fuori...!) al posto suo.

 

Così Edy ha continuato il viaggio dentro, e Francia, avvolta in vari asciugamani e nel mio accappatoio, mi si è seduta vicino, stringendosi ogni tanto forte forte a me per ripararsi dal freddo. Al ritorno siamo riusciti a convincere Francia a stare dentro, ed Edy ha voluto a tutti i costi riscattare la debolezza dimostrata all'andata, restando fuori (ma alle 3-4 del pomeriggio il freddo non si sentiva per niente!).

 

La giornata è trascorsa bene, fra nuotate micidiali (Francia ha quasi imparato a nuotare, mentre Edy, gelosamente attaccato al salvavidas -il salvagente- si lanciava in acrobatici esercizi, fuggendo terrorizzato al minimo cenno di onda più forte), gare di corsa e di salti, tuffi e funamboliche piramidi acquatiche, cui si sono uniti alcuni bimbi e altre persone presenti sulla spiaggia!

 

Il bollettino medico finale è stato però piuttosto pesante (per celia!): una distorsione al ginocchio per suor Patrizia, una lieve distorsione alla caviglia di don Lorenzo, un mal di testa per Francia, bruciori di spalle e di schiena per il troppo sole a don Paolo e Francesco, un gonfiore per una botta all'alluce di suor Modesta, spine nel piede del sottoscritto per aver calpestato un riccio di mare (è sempre meglio guardare dove si mettono i piedi!).

 

Abbiamo deciso che prima di fare il prossimo paseo faremo una celebrazione liturgica in cui amministrarci a vicenda l'unzione degli infermi (a scopo "preventivo")!

 

Bene, e su questa nota di "colore" (in realtà sono rosso come un gambero per il sole preso!), saluto tutti con affetto, ricordando a ciascuno personalmente che:

 

I CARE!

Ti porto nel cuore

con affetto e gratitudine!

 

Santo Domingo, 9 giugno 2001

Francopreteperte

 

PS: chi ha piacere di inviarmi e-mail di commento, di risposta, o di notizie da Genova, sappia che mi fa solo piacere; ribadisco che mi impegno a rispondere a tutti: anche se magari non riesco a farlo subito, cercherò nei limiti del possibile di fare arrivare due righe a ciascuno.

 

18/8/2001

Inizio l'ennesima "lettera circolare" con un grande e intenso grazie per le tante, tante, tante comunicazioni che ogni giorno mi arrivano via e-mail: è davvero un immenso dono di Dio la presenza di così tante persone, che, anche solo con due righe, con un pensiero, con una frase, si fanno sentire vicine. Dà forza, dà gioia, dà slancio nelle difficoltà, è una ricarica nei momenti di stanchezza!

Questa volta a questa "lettera circolare" desidero dare un titolo:

 

...Contesto il G8. E contesto i contestatori...!

 

Diversi hanno condiviso idee, manifestato dubbi, comunicato opinioni sul prossimo G8 che si terrà a Genova: gli "8 grandi della terra" che si danno convegno per affrontare i problemi dell'economia, della sicurezza internazionale, dello sviluppo.

 

Io sono un povero prete ignorante, e faccio fatica a entrare nei meccanismi complessi e sofisticati che stanno dietro la logica di queste cose.

 

Però mi verrebbe da dire che ... già la partenza è discutibile: gli "8 grandi della terra"; "grandi" perché? Io non riesco ad accettare che la grandezza possa essere stabilita in base a dei criteri di potere strategico, economico, militare, politico, etc.

 

Guardavo negli occhi, in questi giorni, alcuni dei giovani che fanno servizio qui in Parrocchia, nel Guaricano, cercando di fissare il senso dei loro sguardi, quella "comunicazione non verbale" che sa esprimersi in maniera molto più eloquente di un fiume di parole.

 

I loro sguardi sono particolari, intensi.

 

Fany, per esempio.

Ieri mi si è avvicinata con il "musetto" sporco di giallo, gli occhi che le brillavano.

Avrà sì e no 18 anni.

E un sorriso luminoso, che ti prende dentro.

Forse per quel suo dente incisivo leggermente più sporgente dell'altro, sprizzante simpatia e tenerezza.

E i suoi gesti spontanei e coinvolgenti.

Fany: minuta, semplice, fine, allegra, ben curata nella sua persona, nonostante la povertà in cui vive.

La guardo, ricambio il sorriso; delicatamente le accarezzo il mento, pulendolo dalla strana macchia giallognola che lo impiastricciava.

"E' mango –mi dice in uno spagnolo parlato lentamente, perché io possa capire– ne ho mangiato così tanto oggi che devo camminare piano, piano, perché mi sento la pancia piena, piena!".

E ride, ride. La sua risata è una cascata di freschezza.

 

Oppure Elizabeth.

Lei anche fa scattare, dentro, un senso incontenibile di tenerezza.

Però perché il suo è uno sguardo che ha sempre un fondo di tagliente tristezza.

Anche quando ride, e lo fa rumorosamente, con una risata travolgente che ha un che di cosmico, il fondo resta misteriosamente amaro.

Ha 20 anni ("La metà dei tuoi!" mi fa notare impietosamente...) ed è stata la prima persona a parlare con me, a chiedermi di confessarla....

La tristezza la cogli in ogni suo gesto, quando si lancia in qualche confidenza improvvisa (lei così timida e riservata, che non la diresti affatto una dominicana...), o quando abbassa le difese e ti dice in faccia (in questo sì che è dominicana...) senza mezze parole quello che pensa di te, il bello in maniera così schietta che ti spiazza (noi non siamo capaci di tali aperture!) e il brutto con franchezza e sincerità (e il suo modo delicato ma deciso taglia più di un coltello affilato...).

Poi scopri di lei che le è morto il papà quando era proprio bambina, e che lei non conserva nessun ricordo di quell'uomo, e questo le pesa sul cuore come un macigno: "Sai, neanche una fotografia...!"

E che ha una sorella che vive in Italia, clandestinamente.

"Dove?" chiedo io. "In una città chiamata Genova" mi risponde lei.

"Genova?! –insisto io– Genova, dai, dimmi il suo indirizzo, cosa fa, lavora?!".

E lei nicchia, si schernisce, fugge; e io idiota a insistere, senza intuire che forse la reticenza di Elizabeth e la clandestinità di sua sorella nascondono un dramma di cui io non sono degno di essere messo a parte...!

 

Potrei andare avanti, perché lo sguardo di tanti, di tutti, qui, rivela cose che le parole non saprebbero dire (e che perciò ho poveramente espresso in queste righe...)

 

E mi chiedevo –scusate l'ingenuità–: "Ma perché loro non possono andare al G8, loro che hanno uno sguardo così intenso?". Perché il loro sguardo le rende grandi almeno quanto Bush, Berlusconi, Blair, etc....

 

Anzi: se dovessi decidere io, direi –per quel che mi riguarda– che Elizabeth, Fany, etc. sono decisamente più grandi: io con il signor Berlusconi non ho mai parlato, a Blair non ha mai pulito il mento perché vi erano rimaste delle fibre di mango, non so niente dell'infanzia di Bush; per me Funny, Elizabeth, e tutti gli altri sono molto più grandi degli "8 grandi" della terra.

 

Scusate, può sembrare banale. Ma nella logica di Dio non credo proprio che lo sia!

 

Ecco, forse si potrebbe giustificare l'incontro degli "8 grandi" se tenessero conto di Funny, del fatto che non ha l'acqua in casa, vive in condizioni disastrose dal punto di vista igienico, lei, così dignitosa, pulita, solare. E che, come Fany, l'80% delle persone che ci sono sulla faccia della terra si trovano in situazioni di precarietà, al limite dell'invivibile.

 

Forse potrei perdonare loro di arrogarsi la qualifica di "grandi" se pensassero a Elizabeth, intelligentissima, con una enorme forza di volontà, ma che non ha i mezzi per studiare, lavora come insegnante in tre classi della scuola primaria guadagnando 20.000 lire la settimana (quando gliele danno!) e la notte studia a lume di candela perché qui non c'è l'elettricità, mentre i "figli degli 8 grandi" (una percentuale infima, se si tiene conto della denatalità del nord-ovest...) si fanno mantenere all'Università fino a trent'anni senza fare niente, per poi potere fra dieci, venti, trent'anni sedere al tavolo dei padri perpetuando l'ingiuria di dirsi "grandi", sempre più a danno di Elizabeth e di quelli come lei (e quanti ce ne sono!)!

 

Ecco, se gli "8 grandi" si sedessero intorno a un tavolo e decidessero di occuparsi di Fany, di Elizabeth, e così via –a loro per correggere un poco certe brutture non necessiterebbe di venire qui, anche se sarebbe bello che lo facessero: venire da Fany, da Elizabeth, a dire: "Tranquille: sta per finire l'ingiustizia del nostro comodo sulla vostra pelle...!"; a loro basterebbe un frego di penna, come quelli che fa Elizabeth sul quaderno per correggere gli errori dei suoi alunni– se facessero questo sarei disposto a passare sopra al fatto che è diritto di Fany avere un bagno con l'acqua; che se Elizabeth merita di studiare è giustizia darle la possibilità di poterlo fare; e che quindi queste cose non possono essere "concessioni" dei cosiddetti grandi: spettano a loro in quanto persone umane.

 

Ma non è così.

 

Credo che di Elizabeth e di Fany non ci sia la minima intenzione di parlare, a quell'incontro; anzi.

La paura è che le scelte, le decisioni, siano ancora una volta e sempre più sulla pelle di Elizabeth, di Fany e dei tanti, dei troppi che sono come loro, e a vantaggio ancora una volta di quei pochi privilegiati che siamo noi.

 

Allora ben venga la contestazione.

 

Sì, ma a questo punto mi sorge un dubbio: chi è che contesta? Fany? Elizabeth? I poveri della terra?

Chi sfilerà contro il G8, chi farà sit-in pacifici di protesta (non prendo neanche in considerazione le forme "violente" di contestazione: sono surrogati della stessa cultura di sopraffazione che informa l'agire dei "grandi della terra", e l'unica cosa che meritano sono il disprezzo dei poveri –a cui si fa violenza per la seconda volta– e l'isolamento), chi farà tutto questo?!

 

I poveri sono stanchi di persone che "parlano" a nome loro; hanno bisogno di testimoni autentici, di donne e uomini capaci di uno stile di vita "diverso".

 

Come potrei io, che ho l'acqua in casa: basta aprire il rubinetto; e che la spreco a litri ogni mattina quando mi faccio la barba, senza il minimo senso di colpa; e che quando incontro Fany e le vedo una macchia un po' giallina sul mento sento un senso di ripulsa, di fastidio fisico ("Sarà mica qualcosa di infettivo...?!"), come potrei alzare la mano e contestare chi più o meno di fatto fa quello che faccio io?!

 

Come potrei prestare voce e cuore a Elizabeth, se da quando sono arrivato a S. Domingo sono già riuscito a mettere su una discreta bibliotechina di testi italiani e spagnoli, alcuni comprati senza necessità (ma possono prima o poi tornare utili...); qualcuno so già che non lo leggerò mai; altri sono lì, li ho presi per poterli eventualmente regalare, dimostrando così una mentalità non solo consumistica, ma anche paternalista?!

 

Ecco: credo che la grossa provocazione del "G8" stia tutta qui.

Smetterla, piantarla con la nostra routine piccolo-borghese, smetterla di seguire la moda del "prendere le parti dei poveri" senza rinunciare a nulla di quello che ci rende ricchi.

 

Perciò io contesto i contestatori; anzi, spero che i ragazzi di qui non diventino mai e poi mai come quelli del nord-ovest, che magari contestano il "G8", ma hanno la macchina da 30.000.000 di lire, lo scazzo il sabato sera, fanno le vacanze sulla neve, le vacanze al mare, lo studio all'estero, si piegano o si calano per contrastare la noia, gli fa schifo stringere la mano a un marocchino, non sono disposti a rinunciare a nulla di tutto quello che Fany ed Elizabeth da generazioni stanno pagando per mantenere alto il loro tenore di vita!

 

Se questo è il modello culturale che devo presentare a Fany e a Elizabeth, preferisco stare zitto, e sentire il peso dell'umiliazione per l'incoerenza della mia vita: parlo di un Dio che ci vuole tutti uguali, tutti fratelli, e continuo a massacrare con le mie scelte le speranze degli ultimi, magari mettendomi a posto la coscienza perchè... ho fatto un corteo per loro!

 

Spero che Fany, Elizabeth e la massa immensa dei diseredati, dei "piccoli della terra" (a cui la politica dei "grandi della terra" –di cui io godo i frutti– sottrae sempre più il minimo vitale), il giorno in cui apriranno gli occhi possano ricordare i valori in cui li abbiamo acculturati (anche in questo siamo stati furbi...!) e... perdonino il mio egoismo e la mia mancanza di coraggio.

Un bacione e un saluto a tutti: I CARE, ti ho nel cuore Francopreteperte

Santo Domingo, 18 giugno 2001

15/7/2001

...Ed eccomi ad una nuova "lettera circolare".

Qualcuno mi ha fatto notare che questa lettera si è fatta attendere un po' di giorni (ma non credo che ci siano stati pianti e strepiti per l'attesa...!): era prevedibile che ... il tempo diventasse "tiranno"; inserendomi sempre più nella realtà dominicana, gli impegni si sono moltiplicati e i ritagli in cui scrivere si sono assottigliati (ne approfitto per chiedere scusa a quanti stanno attendendo invano una mia risposta personale a qualche loro e-mail; cercherò di scrivere quanto prima, ma qui il tempo vola in maniera esagerata, e non è mai sufficiente; questo non vuol dire che mi sono dimenticato, o che non li ho presenti nel cuore...!); oltretutto metto le mani avanti dicendo che questa lettera è scritta a "spizzichi", un poco un giorno, un poco un altro: chiedo anticipatamente perdono se non sarà molto organica o lineare....

 

Ho pensato, dopo le considerazioni "impegnate" sul G8, di tornare a parlare della vita quotidiana, anche perchè credo che la ferialità vissuta con semplicità e intensità, con la tensione sincera a uno stile davvero "alternativo", sia la risposta più graffiante a un certo modo di intendere la vita, a certe posizioni ideologiche, alla chiusura di un sistema che ti impone scelte di facciata (non importa di che parte: la facciata, di dietro, davanti e di lato, è sempre facciata, è sempre mancanza di autenticità!).

 

Qui la vita è VITA, tutta maiuscola, nella sua lotta quotidiana per strappare brandelli di luce al buio che incombe ad ogni istante, in ogni situazione.

 

E non sono solo parole a effetto: davvero la vita la assapori sbocconcellata nel gusto di una risata, nella freschezza di uno sguardo, o ti disgusta nella lacerante amarezza di quando ti senti impotente di fronte alla miseria, al dolore, alla morte.

 

Cerco di tradurre in rapidi flashes (notare l'inglese oxfordiano!), in lampi che possano illuminare quanti leggono, partendo da fatti di VITA più drammatici, per concludere con quelli più ricchi di positività e colore.

 

Accennavo all’impotenza di fronte alla morte.

E qui si dovrebbe aprire un capitolo ostico e delicato: la morte e il modo di affrontarla.

La morte è un evento che è vissuto in maniera enormemente diversa dalla nostra cultura "evoluta" rispetto alla cultura "povera ed essenziale" della gente di qui.

Per noi la morte è tabù, è un argomento da non toccare nelle conversazioni perché non sta bene, è un avvenimento blindato da reticenze, pudore, smanie di onnipotenza e immortalità.

Quando capita di parlarne, se con la persona che hai di fronte non c’è confidenza, ci si limita in genere a cambiare discorso; se c’è maggiore confidenza, magari ci scappa la battutaccia, la grattatina a parti intime o la ricerca affannosa di qualcosa di ferroso a cui attaccarsi. Comunque parlarne è fuori luogo, porta male, non è da persone educate.

Qui, invece, la morte è un’esperienza che tocca quasi quotidianamente ciascuna persona: le famiglie sono numerosissime, le strutture sanitarie "decenti" accessibili solo ai ricchi, la mortalità infantile elevata (secondo le statistiche, muoiono 60 bambini ogni 1000 nati da zero a cinque anni, anche se l’attendibilità è relativa: pare siano molti di più …; se ci pensiamo bene, è comunque un dato pazzesco; per età maggiori mancano statistiche!), e non passa settimana senza che o nella tua famiglia, o in quella che vive vicino a te, o in quella del tuo amico, della tua ragazza, del tuo compagno di studio o lavoro arrivi inesorabile sorella morte.

 

La morte di un bambino: credo che quest’esperienza non la scorderò più per tutta la vita.

Era un sabato mattina, e ci chiamano di corsa nel "Sector Norte", una delle zone più povere e degradate del barrio: da pochi minuti un bimbo era morto.

Per arrivarci mille peripezie con la camionetta, in strade sterrate, con al centro e ai lati della stretta via cumuli di terra, che ad ogni momento davano l’impressione che il veicolo stesse per ribaltarsi, e poi l’attraversamento di un rigagnolo di mota e fango, piccolo fiume sui cui bordi sono costruite le baracche e nel cui letto di sterco e melma corrono giocando bimbi scalzi, sporchi, seminudi o nudi (e immagino cosa succede quando piove…!).

Le baracche di legno ai lati del passaggio sono grosse pochi metri quadrati; in ciascuna abitano anche 15-20 persone: una stanza centrale più grossa e alcune laterali per dormire, dove bimbi di pochi anni possono scoprire presto i segreti della vita intima dei più grandi, ammassati e stretti tutti: piccini, grandi, vecchi, zii, nipoti, cugini….

Siamo accompagnati da alcuni animatori di Comunità, che ci indicano con orgoglio le loro case: "Ecco, io vivo qui; lì ci abita mio figlio; là quella catechista, lì invece il nipote del tale…!"; mi sento ricco rispetto a loro, sento sul cuore tutto il peso della distanza che c’è fra me e la mia gente, mi sento distante dal Vangelo e da quello che mi chiede….

Riconosciamo la casa in cui è morto il bimbo dall’affollamento di persone che c’è all’entrata.

Sono soprattutto bambini, con un’espressione di attonito stupore sul viso che è impossibile rendere a parole.

Vivono la loro presenza lì in un silenzio strano, senza giochi, schiamazzi, risate, un silenzio che per loro non ha un perché: ti accorgi che non si rendono conto di quello che è successo, di cosa è la morte; capiscono però che stavolta ha sfiorato uno di loro, e che deve essere una cosa dolorosa, brutta.

La famiglia è poverissima; il bimbo morto non era stato dichiarato all’anagrafe, e così ufficialmente non esiste (chissà quanto crescerebbe la statistica della mortalità infantile se si tenesse conto di questi casi…, che sono tantissimi!), e questo provoca tutta una serie di problemi economici, pratici, burocratici (qui la burocrazia è quella tipica della immaginazione letteraria latino-americana: un pachiderma sonnolente e pigro, che irrita e stritola soprattutto i più poveri…).

Entriamo; il bimbo è lì, in braccio a una zia, e subito, al vederlo, un nodo di pianto soffoca la gola; sembra una grossa bambola, con la pelle lucida e luminosa per il "rigor mortis", gli occhietti semisocchiusi, proprio come quelli di certi bambolotti che quando li giri si aprono e si chiudono, un mezzo sorriso che trasmette gravità e tenerezza al viso fasciato da una benda che aiuta la bocca a restare serrata.

Al vederlo sale dentro, piano, prima un senso di dolore acuto, tagliente, poi rabbioso, sempre più rabbioso, e si fa fatica a trattenere le lacrime.

La mamma è poco più di una ragazzina, e ha un’espressione di rassegnazione e di sofferenza sul viso che ti lacera dentro.

Il bimbo è morto per … un raffreddore trascurato: al mattino del giorno prima il dottore che lo aveva visitato, vista la situazione ormai difficile e la mancanza di mezzi della famiglia, aveva detto ai parenti del bimbo: "Ormai non c’è più niente da fare: smettete di comprare medicine, che buttate via i soldi e lasciatelo morire in pace!".

E così un bimbo è morto per una banale, semplice, curabilissima costipazione.

Già, ma qui non siamo nel nord del mondo, e il problema sanità fa a pugni con strutture inadeguate, ignoranza della gente, difficoltà a trovare medicine, mancanza di competenza del personale medico e paramedico (non del tutto per colpa loro: è un gatto che si morde la coda. Ci sono strutture inadeguate per preparare professionisti all’altezza del compito e i professionisti che non sono all’altezza del compito non sono poi in grado di migliorare le strutture inadeguate…).

 

Ma passiamo ad altro, meno tragico, ma sempre legato alla VITA.

 

Siamo in estate, il caldo è sempre tanto, i bambini sciamano per strada a frotte: sono tanti, tanti, tanti, che a volte ti chiedi da dove escono, come è possibile che ce ne siano così tanti.

Da qualche giorno gli insegnanti hanno consegnato le pagelle (la scuola è finita da più di un mese, ma fra esami, impegni etc, l'operazione di compilazione ha richiesto un po' di tempo...).

Se le cose sono andate bene, sono loro, i bambini, a mostrarti orgogliosi la "libreta de notas", il foglio con i voti, espressi in 100esimi; guai chiedere: si rischia di infilare il dito nella ferita fresca di un esito infelice, di una bocciatura.

 

Edy (lo ricordate?! è quello della gita al mare...) si è presentato pochi giorni fa alla Missione con un pantalone lungo e ben stirato, una camicia elegantissima, scarpe chiuse di camoscio, tiratissimo.

Chiaramente subito nei suoi confronti è partita una serie di sfottò, di curiose prese in giro, di ammiccanti domande per scoprire il perché di quella tenuta così sfarzosa.

"¿Usted hoy se casa? Felicitaciones al novio; ¿y su esposa...?" - "Ma oggi ti sposi? Auguri allo sposo novello, e tua moglie...?"

Edy, ghignando e alzando i suoi occhi furbi e svegli, dopo essersi slacciato la camicia, sfilatosi le scarpe e arrotolato fino al ginocchio i pantaloni, ha chiesto sorridendo orgoglioso: "¿Quiere ver mis notas?" "Vuoi vedere i miei voti?".

Tornava allora dalla scuola, e sventolava con aria trionfante la sua pagella, desideroso che tutti si complimentassero con lui.

Il "rito" doveva coinvolgere ciascuno dei componenti della Missione Genovese: i padri, le suore, il custode, e persino quanti arrivavano per una chiacchierata, un saluto occasionale, una faccenda da sbrigare.

Il voto più alto era quello in ... educazione fisica: 91 su 100.

Ma a onore del vero, tutti i suoi voti erano alti, più vicini al 90 che all'80: Edy, per la sua età (ha sei anni), è davvero un ragazzino intelligente e sveglio!

 

A proposito di esami: il 3 luglio ho rotto gli indugi e mi sono lanciato nella mia prima predica in spagnolo.

Padre Lorenzo doveva celebrare alla sera un’altra Messa, e aveva l’urgenza di andare dal gommista a fare riparare una ruota bucata –la missione è fatta anche di queste cose…!– e così mi aveva chiesto se potevo celebrare io al mattino, rompendo gli indugi e affrontando la mia prima predica in spagnolo.

L'emozione e la paura erano tante.

Per l’occasione sfoggiavo un foglietto scritto, con la predica in spagnolo preparata al computer e impietosamente corretta da padre Paolo, che aveva violato con segnacci azzurri l’immacolato candore del foglio, già turbato dalle ordinate e asettiche lettere a inchiostro nero della stampante.

A sorpresa un gruppo di giovani, che la sera prima avevano "origliato" gli accordi presi in italiano tra noi preti della missione, si era organizzato per "solennizzare" l’evento, e così un affollamento di ragazzi con chitarra e tamburo, fatto insolito per la Messa delle 7:00 del mattino, dava alla Eucarestia un tono particolare di festa: canti, mani che battevano, allegria, gioia, stupore e piacere da parte mia per quella "clac" improvvisata che mi inorgogliva e gasava (anche qui inizio ad avere un "fan-club"…).

Il resto è prevedibile da parte di chi mi conosce: il foglietto con la predica scritta, tirato fuori al momento dell’omelia, è rimasto in mano inutilizzato: ho tentato di dire "a braccia" le cose che quel foglietto suggeriva.

Questo ha fatto scattare un meraviglioso dialogo con la gente, che suggeriva parole, correggeva accenti sbagliati, e si coinvolgeva con un entusiasmo e una partecipazione davvero meravigliose.

Inutile dire che nella predica (in uno spagnolo che non mi permetteva voli pindarici di alta teologia, ma che era infarcito delle imbeccate preziose e squisite del parlare popolare…) ho cercato di iniziare a presentare alcuni dei "classici" motivi che maggiormente mi scavano nell’animo (il brano era quello dell’incredulità di Tommaso: Vangelo di Giovanni, capitolo 21, versetti 19-29): Gesù che entra a porte chiuse e dà così un segnale di speranza a 360 gradi, perché nonostante le mie paure, la mia ricerca di tranquillità, di comodo, Lui entra, arriva, non si fa bloccare dalle mie chiusure; e lo scetticismo di Tommaso, più che comprensibile di fronte alla paura degli apostoli, rintanati nel cenacolo per timore di essere riconosciuti come amici di Gesù, credenti non credibili; Gesù non sa che farsene di persone credenti: ha bisogno di persone credibili!

 

E siamo giunti alla conclusione di questa lettera circolare, uno "spaccato" di VITA dominicana senza grosse pretese, che vuole essere semplicemente una … chiacchierata tra amici.

Perché devo proprio dire che se hai letto fin qui con pazienza e attenzione questo mio "monologo", davvero mi hai dimostrato amicizia. E non immagini quanto sia importante, per me, in quest’avventura, la tua presenza amica. GRAZIE: ti sono debitore.

I CARE: ti ho nel cuore, ti voglio bene!

Francopreteperte Santo Domingo, 15 luglio 2001

1/9/01

Ed eccoci a questa ennesima lettera circolare; ormai è da più di un mese che non scrivo "lettere circolari", questo innanzitutto perché la vita frenetica, densa, delle Parrocchie del Guaricano non permette di avere molto tempo a disposizione, e poi perché ho cercato di privilegiare i "contatti personali" con quanti mi avevano scritto e-mail, aspettandosi una risposta (non ringrazierò mai abbastanza Dio per il dono di tante persone che con la loro presenza hanno davvero "colorato" questi mesi che ho trascorso qui, aiutandomi a provare il brivido degli affetti che resistono al tempo e allo spazio e la gioia di una Comunione che non ha la "C" maiuscola solo per convenzione!).

 

Questa, oltretutto, è l’ultima lettera circolare, quella che chiude la prima fase del mio servizio in Missione: fra pochi giorni, il mercoledì 5 settembre, alle ore 18:00 circa, con il volo che collega Parigi a Genova, tornerò a casa, concludendo (spero solo per ora…) questa splendida "avventura in terra dominicana".

 

Sarà, quindi, una lettera più lunga del solito, spero non noiosa più di tanto e mi auguro … un pizzico provocante: le cose che mi accingo a scrivere sono proprio tante, difficili da esprimere e … pungenti.

 

D’altronde, dato che per un po’ ti lascerò in pace, puoi leggerla con calma, diluendola nel tempo!

 

Molte persone, scrivendomi via e-mail, mi hanno domandato cosa porterò, adesso che torno, nella "valigia del cuore".

 

Provo a rispondere in questa ultima "lettera circolare".

Premetto che, esprimendo con parole quello che ho dentro, risulterò forse ambiguo e retorico: le parole rendono a fatica i moti dell’animo, che si comunicano solo nella condivisione della vita….

E poi penso sia presto per bilanci: ho vissuto qui per poco meno di quattro mesi, e spero che questa esperienza sia solo al prologo.

Voglio comunque correre il rischio, tentando di trasmettere, in queste righe, riflessioni e sentimenti, ragionamenti ed emozioni, e a farlo così, come mi viene, convinto che questo possa servire a me per primo.

 

Per sintetizzare in pochi termini quello che mi porterò nel cuore da Santo Domingo, credo che si possano usare tre parole:

 

"rabbia" - "commozione" - "nostalgia"

 

Cerco di spiegarmi meglio.

 

Qui, nel barrio del Guaricano, in situazioni di vita che sono spesso al limite dell’assurdo, in mezzo a una popolazione che per l’80% non ha acqua in casa; non ha corrente elettrica se non poche ore al giorno; vive con le fogne a cielo aperto che passano davanti alla porta di casa; esposta ai capricci del tempo (quando fa caldo in certe strutture di legno e lamiera c’è da morire; e quando passa un ciclone, vola di tutto: tetti di latta, tavole, sedie, pezzi di mobili…); gente rassegnata a subire, una rassegnazione "storica", che affonda le sue radici nelle violenze subite con la deportazione in stato di schiavitù, negli stupri di padroni bianchi vogliosi di "possedere" le schiave più belle (sì, proprio come oggetti, come cose; fatti del passato?! E il fenomeno del turismo sessuale, oggi?!), e, in tempi più recenti, nella feroce repressione di una dittatura che è durata più di trent’anni, nella fatica di una democrazia dove in realtà i privilegiati sono comunque pochi e sempre gli stessi…; in mezzo a queste persone, in situazioni davvero limite, uno dei primi sentimenti che si avverte è un senso di "rabbia".

Una "rabbia" vissuta come reazione a una frustata che sibila e ti colpisce dentro, lasciando segni che dubito possano mai sparire nel tempo.

"Rabbia", perciò, come emozione di un dolore e di una impotenza che provocano un bisogno di azione, l’esigenza prepotente di schierarsi, di fare qualcosa, di urlare che non è giusto, che … io posso e devo fare qualcosa, che tu puoi e devi fare qualcosa.

 

Ho detto uno dei primi sentimenti; sì, perché, paradossalmente, in realtà il primo sussulto del cuore non è di "rabbia", ma è … di "commozione".

"Commozione", cioè "con muoversi", un muoversi con.

"Commozione" che si manifesta quindi con un nodo che ti prende alla gola e fa esplodere il bisogno tenace di farsi compagni di strada, di percorrere gli stessi sentieri.

 

E dalla "rabbia" e dalla "commozione" sgorga, spontaneo, un senso di "nostalgia", ossia una tensione, irresistibile e struggente, non solo a farsi, ma a restare compagni di strada, a non abbandonare la lotta, a condividere i brandelli di vita della gente di qui: una vera "commozione" (intesa come muoversi con) e una sana "rabbia" (intesa come necessità di lacerare la propria borghese tranquillità) non possono che generare un senso di "nostalgia" per l’altro, una "nostalgia" che si esprime in un desiderio intenso di condivisione.

 

Per questo io credo che "commozione" e "rabbia", generatrici di "nostalgia", precedono e motivano ogni vera azione di solidarietà.

Se la "commozione" (che è anelito a camminare insieme) e la "rabbia" (che è impulso a sporcarsi le mani mettendosi in gioco) non fanno scattare una "nostalgia" (che è tristezza se l’altro resta escluso dalle proprie scelte di vita), una "nostalgia" dell’altro e del suo quotidiano, non può esserci una vera solidarietà, e lo sbattersi per l’altro rischia di naufragare nelle secche di un assistenzialismo moralistico, di un elargire qualcosa dall’alto della propria superiorità, o, peggio, di un … mettersi a posto la coscienza.

E in tutto questo rischia di essere assente quello che invece dovrebbe essere il protagonista, il motore, il centro: l’AMORE.

 

Queste stesse cose quasi duemila anni fa le aveva dette, molto meglio di me, Paolo, usando parole graffianti e al tempo stesso meravigliose, nella prima lettera che scritta da lui alla Comunità dei cristiani di Corinto (cfr.: capitolo 13); credo che siano parole pesanti come macigni, ma vere, drammaticamente vere, e condivisibili da chiunque:

 

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l’amore, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi l’amore, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi l’amore, niente mi giova. 4 L’amore è paziente, è benigno l’amore; non è invidioso l’amore, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 L’amore non avrà mai fine….

 

OK, ma mi rendo conto che fin qui il discorso può sembrare un tantino teorico.

 

Cercherò, in questa seconda parte della lettera, di renderlo più concreto, con un riferimento semplice ma diretto alla realtà in cui vivo, sperando di stuzzicare in chi mi legge la "rabbia", la "commozione", la "nostalgia", per scatenare reazioni di solidarietà e di condivisione.

 

Ma metto le mani avanti: facendolo, il rischio della retorica vola alle stelle.

E io (che aborrisco quegli odiosi e scontati discorsi tipo: "Ah, i bambini di Santo Domingo, quanto sono teneri! Io ci sono stato e lo so, l’ho visto: per farli felici ci vuole pochissimo, due coccole, qualche carezza, un po’ di caramelle, magari qualche spicciolo. Perché, sì, sono poveri, ma soprattutto bisognosi di affetto: e se glielo dai, ti fanno dei bei sorrisi, con quei loro occhioni così dolci ed espressivi…!") io per primo rischio di caderci dentro.

 

D’altronde è solo la concretezza che può dare forza e mordente al discorso, molto più di tante espressioni magari suggestive ma che potrebbero risultare astratte, disincarnate.

 

E, per addentrarmi in uno fra i molti esempi possibili, come non essere " commossi" (cioè: "pronti a camminare a fianco"…), "arrabbiati" (nel senso spiegato di "scossi nell’intimo"…) e con un senso di prepotente "nostalgia" (ossia "coinvolgendosi completamente con l’altro e con la sua storia"), quando ti rendi conto che a Santo Domingo ci sono moltissimi ragazzini che … per aiutare in casa devono ogni giorno mettere da parte giochi o studio per dedicarsi a qualche lavoretto che permetta un po’ di guadagno: 5 pesos (meno di 700 lire…) per lustrarti le scarpe, 20 pesos (circa 2.500 lire…) per lavarti la macchina, 1 peso per tappare il buco nella strada dove stai passando con la macchina, 1 peso per pulirti il vetro?

 

E quando poi questi bambini e la loro famiglia si inizia a conoscerli da vicino, quando si entra in casa loro, si raccolgono le loro confidenze, le loro speranze, le loro frustrazioni, i loro sogni, allora quanto fa male questa mostruosità: bambini strappati all’infanzia per lavorare; ci si rende conto che la realtà è davvero complessa, e che … è troppo facile nascondersi dietro i soliti, inflazionati, paraventi, dietro generalizzazioni ("disagio sociale", "male che è strutturale", "sfruttamento minorile"…) che disperdono in mille rivoli i sensi di colpa per queste aberrazioni, occultando la propria smania di tirarsi indietro.

 

Quando con queste persone si condivide uno spaccato di vita, viene invece naturale domandarsi: "Io non c’entro per niente?! Cosa faccio io, sì, proprio io, Franco Buono, che ho il vezzo di chiudere la mia firma con le parole "per te", cosa faccio di pratico per quella famiglia?!".

 

Ma proviamo a entrare, in punta di piedi, in qualcuna di queste famiglie, tra le mura di casa di questa gente.

 

Quella che andiamo a incontrare è senz’altro una famiglia "sballata" rispetto ai nostri parametri, una famiglia di quelle di cui diresti ai tuoi figli; "Non ve la fate con quelli lì, che non sono persone per bene!"; famiglia formata da papà, mamma, 6 figli (2 di papà e mamma, 1 solo di papà e di un’altra donna, 2 solo di mamma e di altri uomini -ma papà non lo sa, o finge di non saperlo!-, 1 di qualcuno che lo ha rifiutato per i motivi più svariati e che è stato accolto in quella casa –succede, e ahimè succede di frequente, ed è normale che li prendano in casa i vicini, i parenti più prossimi, qualcuno. E generalmente, senza retorica, … i più generosi sono i più poveri–), una zia zitella un po’ ritardata, il nonno, la nonna, una prozia vedova, senza pensione e senza figli, 12 persone in tutto in 50 metri quadrati di casa (50 metri quadrati vuol dire poco più di quattro metri quadrati a testa, cioè … praticamente neanche lo spazio per il letto!)?

 

Si fa presto a dire: "Ma che gente scombinata…!" "Ma perché non la smettono di fare figli…!" "Se gli do io dei soldi chissà come se li spendono…", o tanti altri discorsi di questo tipo; loro intanto sono nella merda, una merda che, a me Franco che se la tira da prete per te, non mi sfiora nemmeno da lontano!

 

E poi, se si cercasse di entrare un po’ di più nel loro quotidiano, si farebbero delle scoperte che difficilmente lascerebbero tranquilli.

 

Il papà un lavoro se l’è inventato: compra in un grande supermercato recipienti grossi, da 8-10 galloni, di detersivi, acqua purificata, bevande varie, che poi imbottiglia in bottigliette piccole, quelle di plastica da mezzo litro, per rivenderle ad amici, vicini, colmados, guadagnando 1, massimo 2 pesos a bottiglietta e vendendone 40, 50 quando va bene, per un guadagno di neanche 100 pesos, 13.500 lire circa, che se ne vanno quasi tutte le sere in birra, rhum, qualche gioco d’azzardo.

 

La mamma ha da pensare alle cose di casa, lava, pulisce, cuce, cucina e accudisce gli anziani, aiutata un po’ dalle figlie più grandi (ma neanche tanto: si sa come sono i ragazzi: e nel Terzo Mondo come in Italia impiegano anni per metabolizzare qualcosa di buono e 5 minuti per assorbire il veleno del "…Me ne frego, …e a me chi ci pensa, …devo divertirmi e se non lo faccio adesso non lo faccio più, ecc."…); a volte tutto questo le pesa, ha l’impressione di non farcela più: se non avesse un po’ di fede, ritrovata in questi ultimi anni grazie alla Comunità di Base, non saprebbe proprio a chi affidarsi, con questi vecchi che si lamentano sempre, non sopportano i bambini, non sono mai disponibili ad aiutare in casa anche quando potrebbero…; e poi le ragazzine che iniziano ad avere un’età balorda, e c’è da stare attenti a tantissime cose e lei si sente sola: quest’uomo lo vedi tornare solo la notte e quasi sempre ubriaco; e i bambini più piccoli che ne combinano sempre una. E infine poi, saltuariamente, deve anche andare a fare pulizie in tre - quattro negozi grossi del centro, però solo le volte che la cercano, di sera o di mattina presto presto, poche ore a 20-25 pesos l’ora (neanche 4.000 lire…), per un guadagno che … non arriva a 150 pesos, e magari fosse tutti i giorni (mentre in casa tutti hanno … il vizio di mangiare tutti i giorni…).

 

I due bambini più grandicelli vanno ancora a scuola; i due piccoli no: troppo cara l’iscrizione, e poi, come si potrebbero sostenere le spese mensili.

E così a 9 anni il presente li prepara a un futuro già bello impostato, come un marchio indelebile che li segnerà per tutta la vita: analfabeti, in mezzo a una strada a giocare a baseball dal mattino alla sera, esposti ai pericoli più svariati per trovare il modo di guadagnare qualche pesos, al limite della legalità e … anche oltre questo limite.

 

Ci sono poi le due bambine: una, quella di 13 anni, sa leggere e scrivere, quando arriva qualche lettera è l’unica in casa che se ne capisce un po’ (una volta ha letto anche in Chiesa, anche se il Prete poi le ha detto che … è meglio se aspetta ancora un po’, magari dopo che ha migliorato "la dicciòn", che nessuno in famiglia ha capito cosa significhi questa parola spagnola, ma deve essere una cosa importante se l’ha detto il Prete, e senz’altro tornerà a leggere, perché anche l’Animadora glielo ha promesso), e però non lavora: quando c’è la corrente elettrica, passa ore e ore davanti al Televisore, e, quando non c’è corrente, va dalla "peluquera": lì l’ambiente non è dei migliori, fra discorsi e pettegolezzi, ma qualcosa deve pur fare…!

L’altra, poverina, ha 11 anni ma è come se ne avesse 5, e tutti la prendono in giro, e allora lei … non vuole più uscire di casa, e sua sorella (che poi non è proprio sua sorella, perché il papà è lo stesso, almeno sembra, ma le mamme sono diverse…) la spinge, la sprona, ma … lei è sempre buttata per terra, con un dito in bocca a "chuparselo" dal mattino alla sera, e il dottore, dopo una visita da 250 pesos (presi a prestito al 35% di interesse mensili), ha detto che diventerà come la zia zitella scema.

 

Potrei continuare, ma a questo punto mi rendo conto che … il discorso rischia di prendere un piega che comunque potrebbe portarlo lontano dalla realtà di chi mi legge, mentre io non voglio assolutamente fare della sterile accademia, ma offrire un’occasione per coscientizzarmi e coscientizzare: queste mie righe vogliono essere un grido, una voce che squarcia il silenzio dell’indifferenza perché … "qualcosa" sta passando.

E quindi, perché siano efficaci, chi ascolta l’urlo deve essere in condizioni di scorgere questo "qualcosa" che passa, altrimenti l’urlo si perde nel voto, nel buio!

 

Allora interrompo il ragionamento ambientato a Santo Domingo, e provo a spostarlo un poco più vicino alla quotidianità del nord del mondo.

 

Lo faccio aiutandomi con qualche titolo di giornale; gli articoli sono sui numeri di "La Repubblica" di questi ultimi giorni (li ho pescati in Internet, al sito: www.repubblica.it, sito che apro un po’ la sera per tenermi informato sulla vita in Italia e nel mondo):

 

Un programmatore californiano ha speso centinaia di milioni

in tatuaggi e chirurgia estetica per trasformarsi in animale

A Dennis, "uomo tigre" manca solo la pelliccia

 

L’articolo è tutto da leggere, soprattutto nel finale quando l’articolista, a commento conclusivo, deplora il fatto che … se Dennis cambiasse idea, i tatuaggi non potrebbero più andare via!

 

"Buttati e libera la strada": tenta il suicidio da un ponte ma blocca il traffico

Seattle, automobilisti inferociti urlano contro una ragazza

e la spingono a gettarsi giù

 

La vicenda è chiaramente finita con il tentato suicidio della ragazza.

 

Il morto aveva 29 anni ed è stato colpito al cuore da una coltellata. Testimone impotente della scena il fratello

Sassari, uccide il figlio dopo un litigio al bar

 

Non credo ci sia bisogno di commenti; come non ha bisogno di commenti il trafiletto qui sotto:

 

"Ebreo zingaro" non è insulto

BERLINO - La definizione "ebreo zingaro" all'indirizzo del vice presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Michel Friedman, è lecita: così ha stabilito ieri il tribunale regionale di Kempten, in Baviera, che invocando la libertà di opinione ha assolto dall'accusa di ingiuria l'ex leader del partito di estrema destra Republikaner di Oberallgaeu, Josef Reichertz. (…)

 

E ancora, aproposito di "aiuti umanitari":

 

Baby prostitute, molti sapevano

In febbraio i danesi avevano ritirato i caschi blu sospettati L'inchiesta sulle truppe Onu punta adesso sull'omessa denuncia di molti ufficiali, anche italiani

 

Così drogano gli adolescenti"

l'Onu contro Big Tobacco

Sotto accusa le sigarette gratuite ai minori.

Nei paesi in via di sviluppo i produttori continuano con la discussa politica promozionale

 

E infine:

 

La sanità proibita ai poveri d'America

IL CASO

SAN FRANCISCO - Bobby e Irene Dickens, pensionati statali, a 65 anni hanno deciso di lasciare la città di Vallejo nella Baia di San Francisco ("troppo cara per chi vive di una pensione pubblica") e a marzo si sono trasferiti in campagna, a Redding. La settimana scorsa li ha raggiunti un annuncio incredibile. L'assicurazione privata che gestisce la loro assistenza sanitaria non li copre più. "Costa troppo - dichiara Roger Greaves, presidente di Health Net - garantire i servizi sanitari a persone anziane che abitano fuori dai grandi centri urbani; è antieconomico, non conviene". (…)

 

Potrei andare avanti, ma mi sorge il dubbio che anche di fronte a episodi di questo genere (che non sono "casi limite", ma fanno parte della quotidianità riportata da un quotidiano, scampoli della vita che ci circonda ogni giorno…) … "rabbia", "commozione", "nostalgia" restino segregate in un cantuccio del cuore, pronte magari a scattare poi per un bel film, per una "fiction" televisiva, magari per un servizio del telegiornale, ma sempre protette da quei meccanismi di difesa che riportano cuore, testa, tempo, portafoglio allo spazio blindato del: "Ma io che ci posso fare?!", che in fondo è un modo come un altro per svincolarsi da responsabilità più grosse, magari più elegante ed eufemistico rispetto al vero nocciolo della questione: "In fondo io sto bene nel mio, e non me ne frega più di tanto!"

 

Già perché il corollario di questo lungo mio ragionare potrebbe riguardare quell’anziano che vive sul pianerottolo, e di cui conosco solo il cognome scritto sulla cassetta delle lettere, una persona che sembra così educata e a modo, ma che tiene la televisione a certi volumi: deve proprio essere sordo, ma così non si può andare avanti, qualche sera busso e glielo dico alla mia maniera, visto che da solo non ci arriva…!

E della storia di questa persona, delle speranze che ha nel cuore, dei sogni nel cassetto, delle delusioni di tutta una vita, della fatica di arrivare a fine mese con quel poco di pensione, della solitudine e dell’amarezza perché suo figlio, se va bene, gli telefona una volta alla settimana… di tutto questo non me ne faccio proprio niente?!

 

O potrebbe riguardare quella famiglia che sta al piano di sopra, in cui si sente sempre litigare, che sembra che non abbiano né vergogna né riservatezza, già, ma dall’accento si capisce bene da dove vengono, e i bambini poi che sporcano da morire sul poggiolo, e sempre quando ho steso la biancheria, che una volta o l’altra telefono ai vigili e glieli mando, perché sopportare sì, ma l’educazione è la prima cosa, e poi, se non vanno d’accordo che si separino e la facciano finita…!

Già, perché le famiglie che io frequento sono tutte perbenino: figli educati, genitori rispettosi e compíti, un certo livello di istruzione, un tenore sociale se non superiore, di certo non inferiore al mio, un alto profilo professionale, persone di cui davvero non si può dire nulla, e poi vanno in Chiesa quasi ogni domenica, impegnati negli Scout o in ACR, studio, vacanze, e che festa per i 18 anni della figlia: sembrava di essere in un film!

 

Oppure quel marocchino (che non so se sia proprio del Marocco: dagli occhi azzurri si direbbe più albanese che marocchino, ma figurati se gli do la confidenza di chiedergli da dove viene!) che è sempre lì, al casello a vendere fazzolettini di carta, e io anche ho provato a fargli un sorriso, come dice il Prete nella Messa, ma quello si prende il dito con tutta la mano, si mette a urlare quando vede arrivare la mia macchina, mi fa fare delle figure, e poi mica posso sempre comprare fazzoletti, mica tutti possiamo avere sempre il raffreddore per aiutare questa gente, che non capisco perché non se sta a casa sua…!

 

O anche… già, ma a questo punto credo che il discorso lo possa continuare tu, guardandoti intorno, guardandoti dentro, e dando un seguito a questa lettera.

 

Perché non è necessario venire a Santo Domingo, andare in Africa, o fare chissà quale gesti clamorosi.

L’unica cosa che conta è …

 

8 L’amore non avrà mai fine…. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato…. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e l’amore; ma di tutte più grande è l’amore! (1 Cor 13)

 

Chiudo.

Desideravo farti sapere che con questa lettera termino per ora la mia corrispondenza e-mail (cos’è quel sospiro di sollievo?! Ah: è solo uno sbadiglio - ma non provocato da questa mia lettera, spero! -: scusa, avevo capito male!): lascio la casella aperta ancora uno o due giorni, e poi la chiudo per un po’ di tempo, per cui perdonami se eventuali tue future e-mail resteranno senza risposta.

Spero, tornando in Italia, di riuscire ad incontrarti personalmente.

Comunque … grazie della pazienza di avermi letto fino a qui.

Sei e resti nel mio cuore, e desidero chiudere questa ultima lettera circolare ribadendo che

I CARE!

Ti ho nel cuore, ti voglio bene!

Santo Domingo, 31 agosto 2001

Francopreteperte

 

PS: allego un articolo di Desmond Tutu, vescovo anglicano, premio Nobel per la pace, uscito su "La Repubblica" del 23 agosto; io l’ho trovato molto bello. Visto che sei arrivato a 30 per la pazienza (rassegnazione?!) di avermi letto fin qui, fai 31 e leggiti con calma anche questo articolo: merita!

 

I nuovi schiavi del mondo

Oggi le Nazioni Unite celebrano la Giornata della memoria

 

di DESMOND TUTU

 

OGGI la maggior parte del Terzo Mondo è tenuta in ostaggio da una schiavitù altrettanto orribile, nelle sue conseguenze devastanti, di quella del passato. La maggior parte del Terzo Mondo è stremato sotto il peso del più invalidante e stremante debito internazionale. Le statistiche sono impressionanti: in Etiopia 100.000 bambini muoiono ogni anno di malattie facili da prevenire, mentre il governo spende per ripagare il debito quattro volte quello che spende per la spesa sanitaria.

Spesso ci è difficile capire le statistiche e gli giriamo le spalle. E' tutto così impersonale. Proviamo a personalizzarlo un poco. Immaginate il vostro piccolo, non vaccinato contro il morbillo o la difterite, che lentamente si spegne davanti ai vostri occhi senza che voi possiate fare alcunché, perché non ci sono medicinali a disposizione. I paesi poveri sono costretti alla povertà, all'ignoranza, alla malattia, alla fame e alla morte. Le risorse che dovrebbero essere impegnate per costruire strade e dighe, per le scuole e per pagare i maestri, per comperare libri e per l'assistenza sanitaria, sono deviate, con conseguenze disastrose, per ripagare debiti che non diminuiscono, ma anzi aumentano per via dei crescenti tassi d'interesse e della svalutazione delle valute di questi paesi poveri. Anche se economicamente fosse una cosa logica, e non lo è, certamente non è logico dal punto di vista morale.

I paesi poveri non sono in grado di spezzare le catene che li hanno schiavizzati in maniera così rovinosa. Noi che seguiamo il Falegname di Nazareth sappiamo che quando si dà da mangiare agli affamati e da vestire ai poveri, lo si fa per Lui e Egli ci ha esortato a perdonare i nostri debitori per essere perdonati dal nostro Padre in cielo. Ma più chiaramente siamo vincolati dalla lezione del Capitolo 25 del Levitico, che decreta che ogni 50 anni gli schiavi siano messi in libertà, che i debiti siano cancellati e che la proprietà ipotecata ritorni ai proprietari legittimi senza vincoli, per dare una opportunità alle persone di ricominciare da capo, di iniziare nuovamente, nello spirito della nostra fede che è la fede di sempre nuovi inizi quando si è perdonati. Le cancellazioni del debito si sono già verificate nel passato; nei confronti della Germania dopo la guerra, e gli Usa hanno cancellato 7 miliardi di dollari all'Egitto a seguito dell'operazione Desert Storm. I paesi poveri, sollevati dal vincolo del debito, potrebbero sviluppare economie robuste che potrebbero diventare anche vigorosi mercati di consumo Siamo fatti per essere uniti. In Africa diciamo che "una persona è una persona attraverso altre persone". Siamo legati da una delicata rete di interdipendenza. Crediamo, nell'ubuntu, la mia umanità è dentro alla tua umanità. Ubuntu parla di generosità, di compassione, di ospitalità, di condivisione. Io sono perché voi siete. Se io vi disumanizzo, allora, che lo voglia o no, mi disumanizzo anch'io. Liberare il Terzo Mondo da questa nuova forma di schiavitù vi permetterà di rendere migliore la vostra propria umanità e camminerete a testa alta, anche voi liberati.

(traduzione Guiomar Parada l'autore è premio Nobel per la pace)