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Laura, Amici del Guaricano, Genova

Un anno fa ci stavamo preparando al viaggio in terra dominicana: abbiamo tenuto stretti contatti coi missionari, abbiamo guardato foto e filmati per arrivare in missione "il più preparati possibile".

Le immagini parlavano molto chiaro: ovunque dominavano povertà e condizioni di vita davvero precarie: in effetti purtroppo abbiamo dovuto ammettere che quelle fotografie rispecchiavano davvero la cruda condizione di vita. Grazie alla collaborazione di tantissimi abbiamo potuto portare ai missionari dei contributi in denaro, farmaci e abiti: questi aiuti sono stati e continuano ad essere utili, ma non avrebbero alcun valore senza la preghiera e l’amore di tutti e senza la fatica dei missionari e delle suore che giorno per giorno stanno operando per svolgere al meglio il loro servizio.

Siamo partiti ingenuamente con un obiettivo sbagliato, cioè cercare di vedere quel che doveva essere cambiato per migliorare la condizione di vita dei dominicani, in realtà il cambiamento è avvenuto in noi stessi: l’aver avuto l’occasione di trascorrere dei giorni in missione è stato di fondamentale importanza perché ci ha permesso di guardare non solo con gli occhi ma soprattutto col cuore. L’essenziale è davvero invisibile agli occhi: è troppo facile dipingere il popolo dominicano semplicemente come povero e bisognoso del denaro dei "ricchi Europei".

L’aspetto di miseria esiste, è una cruda realtà, ma lì abbiamo trovato una ricchezza inestimabile che nulla ha a che vedere col lusso e col denaro: è la ricchezza spirituale dei dominicani che non può essere comprata perché è un dono del Signore:

- abbiamo avuto una accoglienza davvero commovente (ospitati nelle baracche, da bere…..)

la gioia e l’allegria, i canti e i balli nonostante le condizioni di vita
una fede giovane, ardente che comunicano senza vergogna, anzi con tantissimo orgoglio e fervore (S. Messe piene, canti, segno di pace, preghiera dei fedeli lunghissima e molto partecipata)

Una volta tornati alle nostre case ci siamo resi conto di aver più che altro ricevuto tantissimo, sia come singoli che come gruppo: l’entusiasmo ci ha spinti a cercare di rendere partecipi altre persone e di coinvolgerle in questa piccola esperienza missionaria: ad agosto altri 14 ragazzi vivranno questa esperienza, invitiamo tutti a prendere in considerazione l’eventualità di andare in missione: i sacerdoti e le suore vi aspettano!!

 

 

Luca e Caterina Spingardi, Genova

Un ricordo della Missione di Santo Domingo (aprile 1999)

Siamo sull’isola di Hispaniola, dove scoprì il nuovo mondo e più tardi morì Cristoforo Colombo. Divisa tra gli stati della Repubblica Dominicana e Haiti, l’isola è una grande distesa di canna da zucchero. Arrivando in aereo non vedi molti abitati e non capisci come facciano a coltivare la terra. Ci diranno poi i dominicani che in gran parte il taglio della canna è fatto, col machete, da un milione di haitiani di cui loro hanno bassissima considerazione. Siamo lì per una vacanza di lavoro in una bella "resort" molto americana e… naturalmente avulsa dal contesto isolano.

Don Francesco, il nostro vice parroco, ci ha parlato della missione della diocesi di Genova a Santo Domingo, la capitale della repubblica, e quindi organizziamo una visita.

Il quartiere del Guaricano è alla periferia nord della città e costituisce in sostanza una recente inurbazione di tanti ex contadini che affluiscono da dieci anni. Città di 2,5/3 milioni di abitanti ormai, su 8 della repubblica. Per arrivare alla missione si passa nel traffico disordinato di Santo Domingo, dove la mancanza dei nomi delle vie o i sensi unici non indicati ("devi cogliere tu il senso di marcia" ci avverte don Lorenzo) ti dice quanta strada debba ancora percorrere il paese. Le macchine che circolano non hanno perlopiù traccia di fari o frecce e francamente non capisci come facciano a muoversi. Le strade hanno una quantità inverosimile di buche che costringono ad una guida attentissima.

Mi fermo a fotografare una persona che si lava nello scarico di un rigagnolo sotto un ponte, con un po’ di vergogna per la mia faccia da turista con aria da reportage. Scoprirò che i dominicani sono gente molto pulita, che si lava tre o quattro volte al giorno. Gente disponibile, dall’aria dolce, forse perché abituata alla sottomissione nel ricordo della schiavitù, dice don Lorenzo.

Le casette precariamente ammassate sui bordi delle colline e nelle strade, la confusione e l’impressione di povertà generalizzata, il grande mercato polveroso e maleodorante, ma anche i bambini che vanno a scuola tutti rigorosamente in divisa, secondo la tradizione spagnola.

Noi pensavamo di disturbare ed invece l’accoglienza alla missione è generosa da parte di don Paolo Benvenuto e don Lorenzo Lombardo. Siamo invitati a colazione e poi don Paolo ci porterà a visitare la missione.

Seguono 60.000(?n.d.r.) persone divise in tre parrocchie ed organizzate con l’aiuto di diversi laici che gestiscono centri locali, dove animano momenti di comunità. Questo è il risultato del paziente lavoro di don Lino Terrile e don Giulio Boggi che hanno avviato e curato la missione per sette anni. Abitavano in case molto essenziali ("è duro svegliarsi tra gli scarafaggi" ci dirà poi don Marino che ha passato due mesi con loro), prima che l’anno scorso fosse ultimata la nuova missione. La casa della missione è un edificio rosa su due piani con chiostri e molto spazio. Un muro di cinta con pesante cancello chiuso e guardia (mandata dalla pubblica amministrazione) ci ricorda che la situazione non è idilliaca.

Lì vivono pure tre suore brignoline (lo stesso ordine che segue la Scuola Materna di Salita S. Gerolamo in Castelletto); curano il centro medico nutrizionale organizzato in esterno dalla missione, dove tra gli altri arrivano e sostano in rotazione una dozzina di bimbi che necessitano una vigorosa azione di recupero. La nuova missione ha un grande potenziale anche se le vecchie case in qualche modo davano più immediatezza nel contatto con la gente. La struttura è nuova ed il suo utilizzo è in via di definizione.

Don Paolo ci dà la gioia di poter partecipare alla sua visita giornaliera e partiamo con lui su un camioncino fuoristrada. Passiamo davanti ai "multis nuovi", colorati palazzi costruiti dallo stato ed abitati da "benestanti" che si possono permettere un affitto di 50.000 lire mensili. Un gruppo di bambine carinissime giocano divertite con un camion della spazzatura. C’è un grande via vai di questi camion che raggiungono la grande discarica di Duquesa, poco distante e fonte di lavoro per molti che cercano di recuperare qualcosa di rivendibile.

Raggiungiamo Mariano, un collaboratore nell’opera della parrocchia. Mariano vive in una precaria casa che ha costruito dieci anni fa in legno con un tetto in lamiera (bucata in molti punti, quando piove è un colabrodo – ma perché non li tappa, mi chiedo). La tipica casetta/baracca che poi scoprirò essere molto bella in rapporto alle baracche della "cañada" dove vivono i più sfortunati. L’attività principale della missione è ora proprio quella di ricostruire le baracche per la maggior parte dei diseredati a cui George, il terribile uragano dello scorso autunno che ha spazzato una striscia di 120 km sull’isola seminando morte e distruzione, ha tolto ogni cosa. I nostri missionari devono decidere la priorità con cui destinare i carichi di legname e l’aiuto dei locali è fondamentale per discriminare i falsi pretendenti. Mariano ci invita nella sua casa, dove tiene anche un piccolissimo spaccio di generi vari. Ha pure un contributo dalla missione per l’azione che presta. Ha imparato a leggere con don Lino e ora anima un gruppo. Ha 5 figli e mi spiega che la generazione precedente ne aveva facilmente una quindicina.

Visitiamo quindi la scuola ed il centro nutrizionale. Le suore ci mostrano i medicinali spesso scaduti che ricevono dal mondo progredito. Dicono che sono loro a dover indicare le necessità sanitarie perché altrimenti arrivano cose inutili o inutilizzabili.

Ma sono gli occhi imploranti di due bimbi molto piccoli che giacciono in terra sporchi in un pianto dirotto, in attesa di una madre troppo distratta e forse malata di mente, che rimangono l’immagine più toccante che ho portato con me, rappresentativa della spaventosa distanza tra noi e quel mondo. Una baracca senza porte nella "cañada", un lungo tratto infossato dove vive ammucchiata un sacco di gente in baracche veramente miserrime. Quando piove tutto si trasforma in fango e prosperano le zanzare. Leggevo che ancora oggi la malaria (che peraltro non credo alberghi nell’isola) è una delle quattro cause principali di morte nel mondo. La gente, che a me pare dimostri dignità e perfino allegria, si lamenta animatamente con don Paolo per questo fatto chiedendo un suo intervento. Un gran frastuono di radio – rigorosamente a tutto volume, quasi a volersi stordire – e alcune televisioni (e telenovele) seguite in gruppo, sono la distrazione comune per questa gente che vive di lavoro occasionale nella città vicina-lontana. La raggiungono in sella a moto-taxi, necessari per muoversi in fretta prima che repentini acquazzoni colgano di sorpresa negli spostamenti. La situazione sociale non è facile, le coppie sono disordinate e i bambini spesso non dichiarati, inesistenti.

Don Paolo e don Lorenzo non hanno un compito facile. Ci invitano a parlare della loro esperienza (che non possiamo naturalmente cogliere nello spazio di una visita lampo) per ricordare questa missione. Ci ricordano che gradiscono visite ma devono programmare eventuali permanenze perché siano coordinate ed efficaci. La conoscenza dello spagnolo è importante per chi volesse portare un contributo operativo sul campo.

Luca e Caterina Spingardi
Genova

 

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Francesco Benvenuto, Genova

Ricordi di un'esperienza nella missione genovese di S. Domingo (aprile/maggio 2000)

In aprile 2000 sono ritornato a fare visita alla missione genovese di S. Domingo, a distanza di otto anni dalla prima visita, fatta assieme ad altri laici delle aggregazioni di Genova. Questa volta sono partito invece con i miei genitori, per andare a trovare i due preti che ormai quasi due anni fa hanno iniziato l'esperienza di missionari.

L'emozione, però, era quella della prima volta; quasi come un bimbo alla scoperta di cose nuove e ricche di significato. I ricordi di otto anni prima, mescolati all'attesa di qualcosa di nuovo e di cambiato. Otto anni: un'eternità, ma appena arrivato giù mi sembrava un po' di ritornare a casa. Certo, cambiamenti ce ne sono stati tanti. L'atmosfera, l'accoglienza, la fraternità, però, erano quelle di sempre; come se non fosse passato nemmeno un istante.

La missione è cresciuta; una nuova parrocchia si è aggiunta, una scuola è sorta, l'ambulatorio è divenuto un servizio riconosciuto nel quartiere; i missionari sono diventati sei (due preti, un laico, tre suore); gente nuova si è aggregata; qualcuno ha lasciato.

Ho visto una comunità più matura, che, fondata su Gesù Cristo, cerca di costruire un'esperienza di chiesa. Ma qui sta proprio tutta la fatica di quest'esperienza dominicana. Una chiesa giovane, calorosa, accogliente, desiderosa di conoscere sempre di più il Signore, ma che fatica a far diventare scelta etica la parola che ascolta. La cultura dominicana non aiuta, con una promiscuità della famiglia, figli non riconosciuti, maschi padroni e donne succubi; una corruzione piuttosto generalizzata; un americanismo esasperato; un consumismo galoppante. Colpisce, tuttavia, la freschezza di quest'esperienza ecclesiale, che ti prende nelle celebrazioni, nello stare insieme, nei canti, nella spontaneità delle espressioni.

I quindici giorni a disposizione, purtroppo, sono passati in fretta ed è arrivato il tempo di partire. Stanchi e contenti. Con una promessa nel cuore: quella di ritornare presto, magari per un tempo più lungo; forse come missionari. Lasciamo fare al Signore.

Francesco Benvenuto
Genova
 

Don Enrico Cluti

1-VAMOS A MISIONAR

 

Durante i lunghi giorni di questa afosa estate, che ormai volge al termine, ho pensato sovente ed a lungo alle tante mie vicende vissute e sofferte durante le permanenza nella nostra missione di Santo Domingo.

Molti ricordi nel cuore, altri rivissuti con piacere e tanta profonda nostalgia. Ma un ricordo particolare mi è tornato di attualità in queste settimane in cui ci stiamo preparando ad affrontare gli impegni di un nuovo anno sociale.

E così torna il ricordo delle parole sentite ed ascoltate la prima domenica di Avvento dell’anno 1998, quando il Cardinale di Santo Domingo, Nicolas de Jesus Lopez Rodriguez ripeteva "IL VANGELO SIA CON TE" insieme ai Suoi Vescovi Ausialiari imponendo il Crocifisso a 1200 missionari laici appositamente convenuti nella Cattedrale.

 

"MISIONAR": un verbo che non esiste nella nostra lingua italiana, ma che in Santo Domingo e in moltri altri paesi dell’America Latina, mettono giù da tempo in pratica. E cosa ammirevole sono soprattutto i giovani che intendono essere missionari forse anche perché hanno studiato.

 

Ecco quindi, cari amici, i miei sogni estivi, i miei soliloqui, anche perché è noto che i vecchi parlano molto sovente da soli.

"ANDARE A FARE MISSIONE" significa impegno cristiano, impegno serio ed impegno di testimonianza.

Che cosa faranno questi giovani di Santo Domingo e di altri paesi dell’America Latina? Per quanto mi consta, i nostri sono stati preparati con corsi particolari di catechesi e con una programmazione diligente e scrupolosa del Centro Missionario Diocesano. Ogni Parroco su invito del Cardinale ha dovuto segnalare un certo numero di giovani e non giovani su cui fare affidamento in toto ed essi hanno avuto quella preparazione sufficientemente necessaria per l’impegno necessario. Il Centro Missionario Diocesano poi li manderà nei villaggi dell’interno per catechizzare, guidati dai Sacerdoti delle Parrocchie. Si troveranno quindi come gruppo a "FARE MISSIONE" , prima nei quartieri più abbandonati delle parrocchie e poi in altri luoghi. Con i giovani lavoreranno anche tanti altri laici adulti, uomini e donne, per cui alcune migliaia di cristiani saranno coinvolti in una fatica immane. Potranno avvicinare la massa dei poveri, ascoltarne la voce, animare le loro iniziative, cercare insieme cammini di giustizia e di dignità della persona umana. In tal modo tutti questi laici diventano e diventeranno sempre più i veri protagonisti della vita delle comunità cristiane. Quando tu li senti parlare, come è capitato più volte a me, hai la netta sensazione che per loro non è sufficiente aver ricevuto il Battesimo e la Cresima ed apertamente ti confessano il dovere di ogni cristiano di impegnarsi nella propria comunità.

 

Ritornando all’esperienza "VAMOS A MISIONAR", che in quella prima domenica di Avvento del 1998 sentivi ripetere e ricordare all’infinito, ho capito quanto stesse a cuore all’Arcivescovo di Santo Domingo che tutti i missionari laici percepissero anche interiormente il sublime significato di tale messaggio, messaggio di evangelizzazione, capace di raggiungere l’intera isola caraibica.

 

Come avviene questo lavoro di evangelizzazione? Il Centro Missionario Diocesano, su segnalazione di Sacerdoti e Parroci, sceglie tempestivamente i missionari da inviare nei singoli villaggi sotto la guida dei Parroci locali. Vi si fermeranno una o due settimane, sostenuti dalle singole comunità che provvederanno alle loro necessità, vitto alloggio e quanto servirà per lo svolgimento del loro lavoro.

La visita delle famiglie nelle case, nelle capanne, è attesa con ansia. Che capanne…che povertà !? La preghiera comune, la catechesi, l’interessamento ai vari problemi unisce i poveri ed il missionario.

Particolare attenzione è riservata ai fanciulli, agli adolescenti.

La celebrazione comunitaria con la riflessione sulla Parola di Dio da parte del Missionario, conclude la lunga e faticosa giornata che a volte termina a notte fonda, anche alla luce delle candele, perché la luce elettrica te la danno quando vogliono.

Nessuno si lamenta, anzi l’entusiasmo, tanto entusiasmo fa dimenticare l’orologio, perché ben pochi ne posseggono uno, perché nella missione "TENEMOS QUE DAR NOS A LA GENTE" (dobbiamo dedicarci totalmente alla gente).

Questo lungo lavoro di evangelizzazione è già incominciato da molti mesi, ma non sarà un lavoro fine a se stesso, sarà ed è un lavoro di accompagnamento alla fede e nella vita concreta. Una vera e propria evangelizzazione che dovrà continuare nel tempo.

Nelle nostre tre parrocchie di Santo Domingo c’è questo entusiasmo che accompagna sostiene il lavoro dei nostri Sacerdoti e delle Suore Brignoline, entusiasmo che tu tocchi con le tue mani, entusiasmo che ti colpisce, ti conquista e ti fa pensare. Lo Spirito Santo farà certamente fiorire questo nuovo giardino missionario.

E noi del Tabernacolo saremo capaci di ripetere lo stesso programma con fede, con entusiasmo, con impegno cristiano?

Saremo pronti a chiudere la TV in quella sera almeno in cui i missionari verranno in casa nostra ad annunciarci e ad augurarci: "IL VANGELO SIA CON TE" ?

 

2-EVANGELIZZARE EDUCANDO

Quando nel gennaio dello scorso anno il Card. Canestri mi inviò seppure per poche settimane a Santo Domingo a sostituire don Lino, oltre ad esserne felicissimo ed in me pertanto è sempre vivo e grande il rimpianto di quella felice esperienza, condivisi in pieno l’intelligente opera dei nostri missionari e delle Suore Brignoline che avevano aperto la scuola elementare ad oltre duecento alunni. In quelle aule trascorsi moltissime ore delle mie mattinate risentendomi maestro ed educatore con tanti bambini poverissimi. Ora la scuola del Guaricano ha raddoppiato i suoi alunni con appositi turni pomeridiani. Oltremodo ammirato di questa provvidenziale decisione, sono convintissimo che il questa scuola non solo si educa, ma anche si evangelizza.

Nei paesi del Centro America, per quanto mi consta, la scuola è quella che è. Sono paesi in cui regna sovrana la povertà e i Governi non possono far fronte al problema scolastico educativo. I maestri sono sottopagati, ogni classe è composta da almeno cinquanta alunni…che dovranno provvedersi di tutto il necessario…In che modo?

La Chiesa, i Missionari, gli Istituti religiosi maschili e femminili hanno capito la funzione educativa della scuola e che attraverso essa si può e si deve annunciare il Vangelo là dove non è ancora conosciuto, renderlo vita e liberazione proprio dove l’uomo è più minacciato e privato del necessario per un’esistenza degna di un uomo, anche povero.

La Chiesa del resto non è missionaria in modo teoretico, ma reale e pratica. Ogni cristiano è missionario in forza del battesimo. Ogni comunità cristiana incarna concretamente e partecipa della missione universale della Chiesa. Questa partecipazione si traduce in un impegno missionario assunto e tradotto in pratica con impiego di persone e di mezzi.

Il mandato di Gesù Risorto risuona con nuovo vigore ancora oggi "ANDATE ED ANNUNZIATE A TUTTE LE GENTI QUANTO VI HO DETTO".

Attraverso il Magistero, la Chiesa si è fatta eco vibrante di questo mandato. Non dimentichiamo il Decreto AD GENTES del Concilio Vaticano II° sull’attività missionaria della Chiesa e l’Enciclica REDEMPTORIS MISSIO dell’attuale Papa sulla vocazione missionaria.

Plaudo pertanto alla nostra diocesi che non è rimasta indifferente a questi appelli, anzi essa si è perfettamente sintonizzata al palpito ecclesiale, presente com’è in una parte sconosciuta e soprattutto molto povera dell’isola di S. Domingo. La scuola pertanto è al servizio dei meno difesi, privati dell’evangelizzazione e della cultura.

E’ certamente vero che qualsiasi parte del mondo, anche la nostra città quindi, è un luogo di missione. La Chiesa soffre di momenti di regressione, di affievolimento dei valori cristiani, di indifferenza generalizzata, fino ad una progressiva scristianizzazione tanti nei paesi di antica tradizione cristiana come in non pochi di recente storia. La storia è maestra ed insegna.

Quindi tutte le nostre opere, le nostre parrocchie dovrebbero essere centri missionari per EVANGELIZZARE EDUCANDO.

 

AGLI AMICI ADOTTANTI

Guaricano, 16 Agosto 2001

Carissimo amico, carissima amica genovese,

È un momento bello questo, e ci riempie di gioia sapere che inizi o rinnovi il tuo sostegno alla missione attraverso della "Adozione a Distanza".

Desideriamo che tu sappia che il tuo sostegno è molto importante per noi, e ci permette di portare avanti il lavoro di evangelizzazione e promozione umana qui in terra dominicana.

Siamo certo che c'è in te il desiderio di sapere meglio come lavoriamo, e per questo vorremmo cercare di descriverti brevemente il lavoro che si fa con i bambini. E se tu volessi sapere qualcosa di più, ti invitiamo a contattarci via posta o posta elettronica (indirizzo e-mail: donpaolo@gsi.it).

Eccoti qui, dunque, le direzioni principali del lavoro della missione.

Il consultorio ha una sezione pediatrica. È la sezione più "sfruttata" dalla gente. Sanno che trovano serietà e riservatezza, attenzione e umanità. Le nostre suore si fanno in quattro perché il servizio sia il migliore possibile, e i medici sono stati selezionati per la loro capacità e preparazione.
I bambini che non ricevono una alimentazione equilibrata in famiglia vengono segnalati al centro nutrizione. Per cinque giorni alla settimana vengono alimentati al mezzogiorno con una dieta rinforzata secondo le loro specifiche carenze. Per il fine settimana viene dato alla famiglia un pacco viveri che permetta di continuare il programma sette giorni alla settimana. Normalmente in tre/quattro mesi la situazione migliora decisamente.
La scuola primaria alfabetizza 1,200 bambini e ragazzi dai 5 ai 14 anni. Le famiglie collaborano alle spese ordinarie, ma si rendono spesso necessari lavori straordinari che la comunità non può permettersi. Inoltre si danno borse di studio alle famiglie più bisognose. Ancora, con il tuo aiuto può funzionare un programma di corsi di recupero per i ragazzi di terza e quarta che sono rimasti indietro con lo studio.
Si sta avviando un programma di aiuto alla dichiarazione anagrafica per bambini che i genitori non hanno ancora potuto o voluto dichiarare.

Ti abbiamo messo qui il lavoro che coinvolge direttamente i bambini. Molto ricca è anche la vita delle parrocchie, nella catechesi, nel primo annuncio, nella testimonianza della carità, nonché l'impegno nella scuola serale per adulti e nel liceo, nei prestiti di avviamento al lavoro, nel supporto alle famiglie in caso di morte.

Grazie al tuo aiuto questa opera può andare avanti. Ne siamo orgogliosi, e siamo contenti di averti sul nostro carro. Il Signore ricambi il bene che fai in nome suo.

don Lorenzo don Paolo

 

 

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